Zona San Potito

San Potito è una delle zone di Napoli semi collinare1(1bis), senza continuità di sorta col tessuto edilizio cresciuto attorno al suo nucleo storico: il monastero e la chiesa di San Potito, ed i palazzi di Francesco Solimena, Costantino Fernandes, Terralavoro ed il palazzo dei Cito di Melissano.

Il territorio si leva a guisa di piccolo colle, circoscritto da Via Pessina sulle scomparse Fosse del Grano.

Queste discendono un salto di quota sotto e da Via Salvator Rosa, anticamente detta Via dell’Infrascata, che l’abbraccia un salto di quota sopra.

E' il piccolo comparto urbano di Gesù e Maria che va incontro ad accogliere la salita di Via Francesco Saverio Correra, l’ultima strada che di fatto chiude la scacchiera di San Potito composta da: Via Salvatore Tommasi e Via San Giuseppe dei Nudi, e da Via del Priorato, Via Santa Monica ed il vicolo di Santa Margherita.

Si chiarisce, infine, che esso è poco noto con la sua reale denominazione storica di colle della Costigliola dei Carafa, saldata al largo attuale di piazzetta Museo, là dove la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, fino a tutto il XIV secolo ” …. affacciava sola soletta tra colline coltivate e masserie deliziose”, tenendosi alle sue spalle lato mare il colle della Costigliola, ed sul suo fronte lato monte il colle di Fonseca.


Patrimonio immobiliare di San Potito

 1Chiesa di San Potito      7) Monastero San Potito
 2Chiesa San Giuseppe de' Nudi      8Chiesa Gesù e Maria
 3Chiesa SS Bernardo e Margherita      9Palazzo Terralavoro
 4) Palazzo Cito di Melissano    10Palazzo Solimena
 5) Palazzo Costantino Fernandes    11) Chiesa San Giuseppe de' Vecchi


  • Esso costituisce assieme al colle di Fonseca, prima degli insediamenti edilizi del Cinquecento e prima dello smembramento della cinta muraria, quella naturalissima cerniera data dalla connessione del borgo con la Massaria cinquecentesca che poi diverrà il moderno quartiere di Materdei, entrambi già individuati dal Summonte nel 1575 e nuovamente disegnati più ricchi, ma sempre meno salubri sulla pianta redatta da Alessandro Baratta del 1629. Rispettivamente ubicate San Potito nel borgo della chiesa di Gesù e Maria e l’altra, Fonseca, nel profondo ed antico quartiere Stella, le due platee, cioè le due stradine disegnate sulle mappe antiche, debbono necessariamente esser il risultato finale per quell’epoca dello sviluppo urbanistico più logico proveniente dall’avanzata, l’uno dalla Valle dei Vergini e l’altro dalla zona di Pontecorvo2. Giulio Cesare Capaccio, altrimenti, nel 1634 ritrae sulla sua mappa della città, nuovamente tutta quanta la zona tra San Potito ed il colle di Fonseca, sottolineando per questo settore, la presenza di palazzi scrive, ” …. nobilissimi, da e per la strada dell’Olimpiano, riferendosi ovviamente agli edifici religiosi scampati alle prammatiche vicereali di proprietà dei Chierici Regolari Minori di San Giuseppe de’ Vecchi, oltre a quello delle monache della chiesa di San Potito3. Lo stesso Capaccio, sul versante opposto, sul lato di Fonseca, individua le strutture antiche, scrive, ” … della Madre Teresa co i Padri Scalzi Carmelitani” riferendosi come è ovvio, alle chiese di Santa Teresa agli Studi e Sant’Agostino agli Scalzi, visibilissime già dalle alture di Caponapoli e Sant’Andrea delle Dame, quanto è vero che a quel tempo mancavano le medesime infrastrutture sorte all’indomani della rettificazione francese di Santa Teresa al Museo. Tra questi due colli, già dal primo Quattrocento, si snodava e arrancava su per il colle della Salute, l’antica strada dell’Infrascata, oggi Via Salvator Rosa, un importantissimo asse di collegamento terrestre tra il Centro Antico di Napoli ed i casali agricoli della Collina del Vomero, Antignano e l’Arenella, frequentato maggiormente durante il Cinque e Seicento, ricordati per esser stati i due secoli più prolifici in termini di insediamento delle strutture religiose, dall’insediamento degli Ordini mendicanti e dai cultori della nuova scienza positivistica di quelle generazioni.


Spazio note

(1)Una delle fonti archivistiche che ne racconta la storia altrimenti poco nota alla letteratura è un volume nel quale è inserito il disegno dell’area che s’avvia pian pianino a divenire sempre più una micro rete viaria, una sorta di scacchiera; il disegno è un vero e proprio inventario del territorio appartenuto alla potentissima famiglia Carafa, con l’indicazione dei nomi di tutti i proprietari che si impegnarono a pagare un censo annuo perpetuo. L’integrazione dei borghi alla città: il ruolo di San Potito, Materdei, la Salute, pagina 32-55 di Alfonso Gambardella-Giosi Amirante, Napoli fuori le mura: la Costigliola e Fonseca da platee a borgo, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994, diritto di stampa 1757198 alla BNN distribuzione 2008 c 192
(1bis) Nonostante sia una zona poco conosciuta, poco frequentata e soprattutto con una stentata rinascita popolare, essa è stata comunque terra assediata dalle costruzioni di proprietà degli Ordini religiosi che la preferirono al centro cittadino sia per la salubrità dei boschi e delle alture a ridosso delle mura della città, sia per il salto di quota che permetteva, ed in verità, ancor oggi in qualche caso permette una veduta panoramica di valore eccezionale, universalmente riconosciuto. Le costruzioni di molti palazzi nella zona di San Potito, ma anche Fonseca, Materdei e la Salute, come anche per la Stella, hanno inizio nel Seicento, a vantaggio di immobili da locare e rendite da posizionare in relazione all’incanto delle prime colline radiali al golfo di Napoli e le prime alture della boscosissima collina del Vomero e per i suoi manufatti, molti dei quali egregiamente condotti a termine da Gian Giacomo di Conforto, a partire dal Settecento a questa zona è stata riconosciuta la valenza immobiliare al pari delle più grandi capitali d’Europa. Per queste notizie sono state fondamentali le polizze di pagamento dovuto all’architetto Giangiacomo di Conforto, che ha maggiormente operato in questa zona più che in altre della città. E Nappi, Contributi a Giangiacomo di Conforto. (I) , in Napoli Nobilissima, XXIV 1985, p. 178.
(2) G. A. Summonte, Historia della città e regno di Napoli, Napoli 1575, ristampa del 1748. I, pag. 36
(3) Giulio Cesare Capaccio, Il Forastiero, Napoli 1634, ristampa del 1989, III, p, 550