Fontana del Nettuno a Napoli

È la Fontana Medina continuamente indicata come la Fontana del Nettuno1, collocata a partire dal 2013 nell’area del primo quadrilatero verde, settore nord, piazza Municipio a Napoli, quasi ai piedi di Palazzo San Giacomo.

La Fontana fu iniziata negli ultimi anni del Cinquecento e terminata nel primo Trentennio del secolo successivo.
La lunga e travagliata storia di spostamenti e trasformazioni varie che ne hanno caratterizzato la storia, oggi la considera come l’unico tra gli elementi dell’arredo urbano secentesco della città di Napoli a sopraggiungere intatto nella forma essenziale all’era moderna.

Ed è l’unico monumento di uso pubblico lasciato nella qualità di specifica testimonianza dell’interesse dei viceré di Napoli, vi è scritto sul documento, interessato agli scherzi d’acqua delle fontane, che numerose potevano abbellire la città e la vita all’aperto dei suoi residenti.
Questa sequela di spostamenti ad ogni modo ha collocato erroneamente ogni volta la fontana in punti della città non coincidenti con le guide napoletane, specie quelle del XVII secolo, che, colpa la gravissima imprecisione nella ricostruzione cronologica ed attributiva di tante altre opere anche e soprattutto immobiliari, ha pesantemente danneggiato il dibattito critico avviato nel XX secolo.


La forza nuova dello studio contingente sulle attribuzioni della Fontana.

Prese forma più semplice e a soli due livelli durante il viceregno di don Enrico di Guzman, conte di Olivares, vicerè di Napoli tra il 1595 ed il 1599.

  • Mentre la sua forma complessiva delle decorazioni fu portata a definitivo compimento sotto il viceregno di Fernandez Ruiz de Castro; gli altri elementi che ne compongono la decorazione risalgono agli anni Trenta del Seicento, al tempo in cui alla fontana mise mano anche Cosimo Fanzago. L’attribuzione artistica della fontana tutt’oggi non ha ancora trovato compimento in modo univoco; la monografia più antica sull’opera e sui suoi spostamenti risale ad una pubblicazione in Napoli Nobilissima del 1897 a firma di Antonio Colombo; segue nel 1999 la trattazione di Micheal Kuhlemann, una monografia dell’era moderna ed aggiornata dedicata alla sola persona di Michelangelo Naccherino, uno dei principali autori dell’apparato decorativo della fontana. E nel 2005 verrà pubblicato a Monaco, in Germania, il saggio su Pietro Bernini di Hans-Ulrich Kessler. Gli ultimi due autori testè citati, forti dell’esperienza pregressa di Franco Strazzullo ed Eduardo Nappi, hanno contribuito alla forza nuova dello studio contingente sulle attribuzioni della fontana ferme fino a quella data alle sole considerazioni di Sobotka2.

L’esemplare scenografia dei tre diversi livelli della Fontana.

L’opera si articola su tre superfici di vasche diverse; la prima sta in basso, e presenta una conca mistilinea incorniciata da una balaustra che le corre intorno.

  • Interrotta quattro volte da quattro scalette, ognuna delle quali a sua volta è stata realizzata di soli quattro scalini. L’accesso alla seconda vasca da queste quattro scalette è accompagnato da ” … viticcioni traforati”, sui quali, sono state adagiate le sculture di leone accovacciato che versa acqua in una piccola conca sottostante; ed è questa conca che scandisce la suddivisione del settore di tutta l’opera; sicchè per quattro scalette, quattro settori e quindi quattro piccole vaschette. La ricchezza dell’opera è data anche dall’esasperata decorazione delle sculture leonine del primo livello della fontana; i leoni infatti reggono tra le zampe lo scudo, di cui, ”quello di destra reca l’arme della città di Napoli e quello di sinistra lo stemma del duca di Medina de Las Torres, ed ovvero, lo stemma Medina-Carafa, acquisito dopo l’avvenuto matrimonio con donn’Anna Carafa". Al centro di uno di questi settori della Fontana, affissa alla balaustra vi è scolpita, ovviamente in marmo, una finta pelle di leone, distesa, pulita e levigata come fosse un panno, e sul quale, in latino, è stata trascritta brevemente la storia politica del ” … Regno e del Viceregno di Spagna alla fine del XVI secolo e la prima metà di quello successivo”. Il secondo livello dell’opera, dunque, la seconda vasca, mostra l’aspetto decorativo dell’opera di estremo interesse; dalle acque della conca emergono le facce mistilinee della composizione e sul ciglio superiore, all’altezza di ognuna delle suddette scalette vi è stata posta la scultura di un due mostri marini anche questi versanti acqua sul fondo della vasca; sicché nello studio di progettazione dell’opera si osserva anche per la seconda vasca, il secondo livello, una scompartizione in quattro diversi settori, ognuno delimitato dalla scultura dei mostri marini; tra ognuna delle coppie di mostri marini torna nuovamente l’arme di Spagna. Squisitamente ricercata è la soluzione prospettica dei tritoni che cavalcano dei delfini installati all’interno della fonte e che spuntano dal ciglio della vasca per ritornare nuovamente a giocare lo spruzzo d’acqua da versare al di sotto della conca. Ed infine il terzo livello che in realtà potrebbe considerevolmente contenerne ancora un altro; al centro della seconda vasca si erge un manufatto in forma di roccia, sulla quale, due ninfe e due satiri reggono, con la testa e con la mano, il piatto dal quale, Nettuno, il dio romano dei mari e dei terremoti, estratto dalla mitologia greca, osserva l’acqua sputata dal suo tridente che ricade nella vasca; chiudono l’esemplare scenografia quattro cavalli che versano acqua nella vasca del piano di sotto.

Storia del complesso scultoreo della Fontana Medina relativamente alla sola costruzione e decorazione.

La documentazione che avrebbe dovuto certificare con esattezza la paternità del monumento si trovava allegata agli atti del patrimonio documentale di proprietà del Banco di Napoli.

  • Ma la documentazione in parte andò distrutta durante i bombardamenti alleati del 1943, ed in parte divorati dallo sciagurato incendio che bruciò le bolle di pagamento custodite nelle sale dell’archivio di San Paolo Belsito, il paesino vesuviano che ospitò quel che restava dell’archivio messo in salvo, ma sfortunatamente raggiunto giusto un anno dopo la fine dei bombardamenti dalla lava dell’eruzione del Vesuvio datata 1944. Quindi ci si riferisce alle cedole della Tesoreria per affermare con quasi assoluta certezza che almeno la decorazione della fontana spetta all’opera congiunta di Michelangelo Naccherino3 e Domenico Fontana, quest’ultimo presente sul posto nel ruolo di progettista e coordinatore ai lavori del cantiere; ma esiste l’ipotesi attributiva che non ha ancora trovato giusto fondamento e che farebbe ricadere molta buona parte dell’opera anche a Pietro Bernini, papà di Lorenzo. Dai documenti delle Tesoreria di Stato4 si evincono pagamenti effettuati a nome di Michelangelo Naccherino, giunto a Napoli a soli ventidue anni, soldi versati all’artista, per aver questi compiuto, assieme all’amico e collaboratore di cantiere, Tommaso Montani, la statua del Nettuno ed i Satiri e presumibilmente, anche se non se ne fa cenno in nessun documento, anche per le Ninfe che reggono en pendant il piatto, dal quale sembra emergere la silhouette del dio Nettuno. Si tratterebbe di una somma relativamente cospicua, 700 ducati per le decorazioni e altri 100 solo per il Nettuno, soldi, è detto specifico in alcune guide della città di Napoli, avrebbe il Naccherino diviso a metà col Montani. Lo studioso Strazzullo, tuttavia, lascia in sospeso la questione sull’effettivo contributo del Montani alla realizzazione delle sculture che restano opera sola del Naccherino, se se ne confronta lo stile con le opere autografe commissionategli e realizzate per il Gesù Nuovo, la Cattedrale, e soprattutto, l’egregia scultura in marmo che ritrae il Crocifisso Sofferente, sistemato in una delle cappelle circolari della chiesa di San Carlo all’Arena, a Via Foria. Sembra invece più accettabile l’ipotesi che il Montani avesse supportato l’opera del Naccherino solo in più tarda età di quest’ultimo; a complicare ancor di più la questione dei pagamenti è anche il ritrovamento di una cedola di Tesoreria da parte dello studioso, ricercatore, Maresca, documento preziosissimo in quanto introduce la terza figura dell’artista fiorentino, Angelo Landi, presente a Napoli già dal 1598, ed esecutore con scalpello per i tabernacoli disegnati dal Dosio e che impreziosiscono la Cappella del Tesoro all’Annunziata Maggiore a Forcella5. Ma il problema annosamente dibattuto nella storia del complesso scultoreo della Fontana Medina è la presenza in cantiere di Pietro Bernini, al quale, al momento delle ricerche, è sicuro solo che nel 1600, l’artista era a Napoli e gli furono anticipati 125 ducati in quattro rate separate per realizzare i Mostri marini della Fontana ed anche per il Bernini fino ad oggi è nota la sola pubblicazione del Kessler e qualche contributo o singola trattazione che non supera la fine del XIX secolo. Questi cosiddetti, Quattro Mostri Marini, furono nel 1909 identificati dal Sobotka erroneamente sui documenti della tesoreria consultati dallo stesso nei Quattro delfini cavalcati dai tritoni, credendo il Sobotka, di poter assegnare alla medesima mano del Bernini tutto quanto il complesso decorativo mostri marini e delfini cavalcati, escludendone di fatto l’iniziale idea di attribuirne la paternità al Naccherino. Ad ogni modo, la pubblicazione del Kuhlemann del 1999 fa più luce sulla questione delle mani sull’opera; pare sia più accettabile dagli studiosi, l’ipotesi che il Bernini abbia tratto fuori, da un pezzo di marmo bardiglio di 63 palmi napoletani i Quattro cavallucci marini che si vedono sporgere dal piatto superiore della vasca, visibilmente di autentico stile berniniano, si legge sul documento del Kuhlemann che i pezzi sembra che dialoghino meglio col corpus napoletano dello scultore. E nella chiarezza fatta sulle attribuzioni, nella complicata vicenda storica della Fontana Medina, spunta questa volta anche il nome di Donato Vandelli, che a detta del Nappi, fortunatamente affrancato dal ritrovamento di un documento di pagamento, andrebbero attribuiti le creature marine cavalcate nella vasca centrale6.

In onore alla Fontana verrà detta Via Medina, ciò che prima fu Strada delle Corregge.

Fu spostata la prima volta al tempo del vicerè Antonio Alvarez di Toledo, duca d’Alba, (1622-1629), trovandosi in quel tempo presso l’Arsenale del Porto di Napoli.

  • Assediato da lavori di sistemazione ed adeguamento vicereale, la fontana restò sostanzialmente priva d’acqua dal momento che in quel punto esatto della città si andava via a via bonificando gran parte del territorio e quindi fatta spostare ed alloggiare giusto al centro della piazza del Palazzo Regio, uno dei vecchi nomi di piazza Plebiscito, ed ivi, nuovamente alimentata d’acqua, da tre intofolature, cioè tre rami del nuovissimo acquedotto fatto costruire dai Carmignano7. È ancora una volta Giuseppe Fiengo a ricostruire le vicende della costruzione del ramo di quest’acquedotto da parte di Bartolomeo Picchiatti, presente sul cantiere in sostituzione, nel 1627, di Giulio Cesare Fontana, figlio di Domenico, incaricato quindi, come ingegnere maggiore delle fabbriche e delle fortificazioni8. Ma la fontana a Piazza Plebiscito non ci rimarrà a lungo e piuttosto seguirà i lavori di ricostruzione dell’acquedotto in sottosuolo danneggiato addirittura dall’eruzione del Vesuvio del 1631. Quindi, ripristinata la funzione di fornitura d’acqua necessaria all’uso nella nuova condotta sotterranea, in realtà la fontana sarebbe potuta rimanere comunque al suo posto, ma adeguatamente venne fatta spostare nell’occasione delle vistose e notevoli trasformazioni urbanistiche della città, per lasciare spazio, dunque, alle feste di popolo che spesso si tenevano proprio nella piazza del Palazzo Regio. La nuova sede della Fontana Medina a quell’epoca fu quindi l’area oggi attraversata da Via Santa Lucia al Mare, quasi sotto Castel dell’Ovo. E fu quella l’epoca degli abbellimenti voluti che fossero per mano di Cosimo Fanzago, uno degli artisti che si fecero spazio tra i migliori di quell’epoca in città, incaricato direttamente dal vicerè di Napoli, Manuèl de Guzmàn conte di Monterey. Ma in effetti fu proprio l’architetto Fanzago a precisare l’assurdità della nuova collocazione della Fontana a Santa Lucia, proprio a ridosso di Castel dell’Ovo; si legge sul documento, che Cosimo Fanzago, ” … cercatosi indarno di far dalla fonte scaturire le acque, e vedutala troppo esposta allo sparo delle artiglierie, ne suggerì il modo di renderla molto più utile se avesse potuto colmare spazio vuoto", e spazio vuoto a quell'epoca lo si trovò antistante il Maschio Angioino, in un largo allora conosciuto come piazza delle Corregge e se “con necessità di alcuni abbellimenti si sarebbe potuto ingrandirla per renderla proporzionale alla vastità della piazza stessa, sarebbe stata più utile vederla guizzare in quel posto”, che dalla sua definitiva sistemazione verrà, in suo onore, chiamata, Via Medina.

Gli ultimi spostamenti della Fontana fino all'arrivo ai piedi di Palazzo San Giacomo.

A tutt’oggi comunque, non è stato possibile chiarire con precisione gli interventi di Cosimo Fanzago al complesso marmoreo della Fontana Medina.

  • E' solo noto che dalle Cautele del Tribunale di San Lorenzo, estratte dall’Archivio storico municipale di Napoli, il 14 luglio del 1634 a Cosimo Fanzago venne riconosciuto un anticipo di 1000 ducati utili per ingrandire la fontana medesima e che altri 700 ducati furono versati a suo definitivo compimento dell’opera10. Quindi, la fontana Medina, verrà vista per la prima volta proprio a Via Medina nella pianta di Alessandro Baratta, edizione napoletana del 1670, e per suggestione, siccome che di questa pianta oggi non se ne rintraccia alcun esemplare, è invece possibile osservare la definitiva sistemazione della Fontana Medina, in una nota ristampa di Nicola Mautone, risalente al 1679, in custodia presso le collezioni del Banco popolare di Verona e Novara, la vecchia Banca Sannitica di Napoli. Subì un effettivo restauro massiccio nel 1649, in seguito alle mutilazioni sfregiose e dannose arrecatele dai rivoltosi di Masaniello; ai restauri parteciparono i maestri marmorari Francesco Castellano e Andrea Iodice e l’ingegnere Pietro De Marino incaricato di supervisionare le intofolature rotte. Tra gli anni Settanta del XVII secolo e gli anni Dieci del secolo successivo furono apportate piccole migliorie e nel 1709 Gennaro Ruggiano venne incaricato di accomodare le parti rotte o mancanti al monumento, e nel 1744, Gennaro Lamberti scolpì due bei delfini nuovi in sostituzione di quelli vecchi presumibilmente andati perduti. Vi è notizia addirittura di un commissario all’opera di pulizia ed accomodo non solo a questa ma a tutte le fontane di Napoli; costui fu Giovan Pignone del Carretto, siamo nel 1752. L’anno successivo il commissario ai lavori sarà Giuseppe de Stefano al costo di 10 carlini al mese. Anche durante l’Ottocento la fontana ha subito numerosi interventi di restauro. Tra il 1886 ed il 1888 venne rimossa da Via Medina per lavori di sistemazione alla stessa strada ed in maniera contingente la fontana venne provvisoriamente collocata in una grotta sotto Pizzofalcone; fu poi riportata alla luce in un progetto congiunto del Comune di Napoli approvato in sede consiliare nel 1896 ed eseguito materialmente solo 1899 e collocata dinnanzi al nuovo palazzo della Borsa in piazza Bovio. Ed infine, da quella sede, per la costruzione della rete ferroviaria sommersa, la Metropolitana di Napoli, fu nuovamente smontata e rimontata nel 2001 nuovamente a Via Medina; tredici anni dopo fu ancora una volta smembrata e ricostruita per impreziosire la visuale prospettica di palazzo San Giacomo.


Spazio note

(1) Napoli Nobilissima: rivista di topografia ed arte napoletana. BNN Sez. Nap., Collocazione: Per. Ital. 40 anno anno 2009 NAP0632510 Direzione Ferdinando Bologna, Mario Del Treppo, Giuseppe Galasso, Pasquale Villani e Giulio Pane. Fontana del Nettuno di Nicoletta Di Blasi Quinta Serie Volume X Fascicoli V-VI settembre dicembre 2009 da pagina 173; note a pagina 188 del testo. Il lavoro pubblicato su Napoli Nobilissima è a sua volta estratto dalla tesi del diploma di specializzazione in Storia dell’arte moderna dal titolo: ”La Fontana Medina: genesi, vicende materiali e fortuna critica”, Anno accademico 2006-2007, discussa nell’Ottobre del 2007 presso la Scuola di Specializzazione di Storia dell’Arte, Università degli Studi di Napoli, Federico II. Cfr. A, Colombo, La Fontana di Medina in Napoli Nobilissima, S.I., VI, 1897, pag. 65; ed ancora vedasi, C. Celano, Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso della città di Napoli per i signori forastieri …. , nella stamperia di Giacomo Raillard, in Napoli, MDCXCII, giornata V, pp. 36-37
(2) G. Sobotka, Pietro Bernini, in L’Arte, XII, 1909, pagg 402-422; in particolar modo a pagina 408.
(3) M. Kuhlemann, Michelangelo Naccherino: Skulptur zwischen Florenz und Neapel um 1600, Munster 1999. È più o meno di cento anni prima l’ultima delle monografie su Michelangelo Naccherino a firma di Antonino Maresca di Serracapriola, Sulla vita e le opere di Michelangelo Naccherino: appunti., Napoli 1890; del medesimo autore anche, Michelangelo Naccherino scultore fiorentino e allievo di Gianbologna: sua vita, sua opere, opere del suo aiuto, Tomaso Montani e del principale suo allievo Giuliano Finelli. Napoli, 1924.
(4) ASNa Volume 434, foglio 225
(5) Per le attività di Angelo Landi a Napoli si veda: G. Ceci, Angelo Landi, Nicola Antonio Stigliola ed il disegno di una fontana nel Porto di Napoli, in Napoli Nobilissima, s.v., II 2001, pp 177-194
(6) Archivio Storico del Banco di Napoli, Banco dello Spirito Santo, Giornale Copiapolizze, matr. 300, partita di 321 ducati, estinta il 3 aprile del 1640.
(7) A.S.MU.N., Serie I, 1387-1805, 1829/2, il riferimento allo spostamento del monumento e della relativa spesa di costruzione di due rami dell’acquedotto dei Carmignano è al foglio 128 e al foglio 130; le notizie sono comunque state rintracciate anche in G. Fiengo, L’acquedotto di Carmingnano e lo sviluppo di Napoli in età barocca, Firenze 1990, pagina 107
(8) A.S.MU.N., fascio n° 1828, Acquedotto del Carmignano, spese di costruzione 1629, ff I-I30, copia conforme all’originale contenuta presso l’Archivio della Città nel Tribunale delle Visioni e Revisioni 3 redatta a Napoli il 20 aprile del 1672, da Donato Antonio Gervaso.
(9) A.S.MU.N., Tribunale di San Lorenzo, Cautele, vol. 51, 1012, ff., 283-284-294