Galleria Umberto I: ingresso principale

L’ingresso principale alla Galleria Umberto I a Napoli1 fu stabilito che fosse da sempre il varco aperto sul fronte colonnato ad esedra dinnanzi alla facciata del teatro San Carlo, subito a vista di un basamento listato e svuotato dal gioco degli archi, che, del San Carlo, ne riprendono la formazione in chiave prettamente neoclassica.

Venne attribuito dal Giannelli, da Pasquale Trama e dal Notarnicola ad Antonio Curri2, poi smentito dal Verdinois3.

Allorquando, costui, lo vide completato solo nel 1893, tre anni dopo l’inaugurazione della Galleria. La scenografia che disegna un portico sull’esedra davanti al teatro è frutto di una scelta progettuale ed urbanistica decisa dall’urgenza del momento.

Questa fu estratta da un progetto fatto elaborare dall’ufficio tecnico dell’Impresa Esquilino di Roma, impresa ormai già in liquidazione, ancora appaltata tuttavia dalla Deserti e Fantoni, ed affidato agli ingegneri Martire ed Emmanuele Rocco, al quale, generalmente è stata affidata quasi per intero la paternità della Galleria.


L’idea di città nuova e moderna nel perimetro dei manufatti antichi.

Qui in questo caso, però, dagli studi condotti nel 2008 da Ugo Carughi, si evince che, il Rocco svolse il solo compito oggi assimilabile al direttore di cantiere.

  • Grazie al sapiente gioco di rappresentazione puramente esteriore, il ” … curvo porticato simmetrico” che anticipa l’ingresso alla Galleria, lato San Carlo, lascia apparire contrapposto ciò che in realtà è obliquo4 ed installa adeguatamente l’idea di città nuova e moderna nel perimetro scandito dalla presenza di manufatti antichi, quali, oltre a quello del teatro, vi sono anche le chiese di San Ferdinando e Santa Brigida, il palazzo Cirella e Barbaja ed il palazzo della Borghesia relativamente di più recente collocazione. Questi immobili concludono gli sbocchi relativi ognuno alla propria uscita, anche se, a lavoro ultimato, i quattro percorsi interni alla crociera non inquadrano affatto gli elementi esterni e quindi non hanno alcuna relazione con essi e non ne traducono l’intima connessione spaziale più volte intuita sui progetti. Alcuni disegni ritrovati per un puro caso durante gli studi condotti sulla Galleria Umberto I da Ugo Carughi, non autografati, né datati, sfogliati e consultati nel tentativo di risolvere il complicato enigma su chi avesse tra i cinque ingegneri impegnati nei lavori, impostato le linee dell’insieme, avviarono invece la scrupolosa indagine su come si fosse inizialmente progettato proprio l’ingresso principale alla Galleria napoletana.

L'ingresso principale alla Galleria Umberto I visto nei disegni acquerellati.

Dei disegni di cui si parla, matita ed acquerello, questi furono realizzati sulle quattro facce di due cartoni, com’era d’uso a quell’epoca5.

  • Si osserva su uno di questi disegni il portico dell’ingresso principale nel suo insieme con tre grandi arcate, ” … intervallate da due coppie di colonne binate su alto basamento, capitelli ionici e trabeazione, sulla quale, in corrispondenza di ogni colonna, è prevista una statua di altezza pari a circa la metà delle retrostanti lesene”. Sui disegni si nota, al di sopra dei capitelli medesimi, correre una cornice a conclusione del secondo ordine, mentre tutto il resto del livello superiore è ritmato dal rincorrersi di coppie di lesene che alternano tra loro la presenza sulla facciata di finestre che rimandano al motivo della serliana. Il terzo ordine sempre visto sul disegno è caratterizzato da tre logge colonnate, giusto all’apice delle arcate e larghe proprio quanto queste, ” … inframmezzate da nicchie che accolgono delle statue, alternate a delle bifore, ciascuna con ai lati una lesena allineata a quella dell’ordine inferiore”. La bellezza dell’acquerello sta nei due gruppi scultorei che torreggiano a destra e a sinistra in corrispondenza delle due arcate e tra le arcate e le sculture, una sorta di balaustra pienamente incisa con specchiature rettangolari cieche sostiene una fascia continua lì disegnata evidentemente per sortire l’effetto conclusione dell’impaginato. Suggestivo invece è osservare le bozze che provvedono a disegnare il plastico della Galleria ripreso dal medesimo angolo di visuale, con gli estradossi delle volte a botte ed il massiccio corpo della cupola in ferro e vetro e la chiesa di San Ferdinando rimossa e sostituita da un’altra arcata di ugual fattezza e a sinistra, si nota il prospetto di facciata dell’esedra insinuarsi ben oltre fin dentro l’attuale via Giuseppe Verdi ed incidere l’angolo con Via Santa Brigida, laddove, si sarebbe previsto la demolizione del palazzo Capone. In un altro di questi due disegni, quest’ultimo notevolmente ricercato in tema di grafica e colori, è ripreso un dettaglio del fronte presentandolo con la forza delle ombre e dei toni cromatici; in questo contesto, l’esedra mostra tre arcate in una configurazione dell’assetto esterno non dissimile dai progetti sottoposti all’attenzione del Municipio di Napoli nel 1886. Le tre arcate si accompagnano con due coppie di colonne per un totale di 8 colonne per ogni arco, tutte previste per star sul fronte dell’esedra, o altrimenti, una davanti al pilastro murario e l’altra nello squarcio dell’arcata salvo la sua conformazione detta a dente ritraente. I dadi che sostengono le colonne sono identici per tutte e tre le arcate ed anche il numero delle statue che sormontano le colonne raddoppia. L’attuale situazione presenta l’esedra voluta da Emmanuele Rocco, con la posizione delle colonne entrambe negli squarci delle arcate che da tre passano a due, e le colonne binate per questo motivo sono state spostate all’esterno, ognuna poggiante sul suo dado in travertino ed ognuna la sua statua.

Studi attributivi sui disegni acquerellati dell'ingresso principale alla Galleria.
 
Secondo il Carughi sarebbe interessante sapere da chi fossero mai stati fatti questi disegni, che, lo stesso Carughi, esclude possano esser stati presentati dopo il 1886.
  • Anno in cui, com’è noto, venne sottoposto il progetto di sistemazione di quest’angolo di quartiere, oggetto poi della medesima convenzione con il Municipio del dicembre 1886. S’era pensato inizialmente che potrebbero trattarsi di pura esercitazione accademica, nient’affatto vincolati dai tempi di esecuzione del progetto o dai lavori già in corso; ma i disegni mostrano un aspetto del fronte troppo vero rispetto a quello attuale, e se vi siano diversità queste sono solo sostanziali al progetto approvato del Rocco, quindi è poco probabile che fossero solo esercitazioni quanto piuttosto un’idea precisa di architettura col solo difetto di non aver preso in considerazione la criticità operativa data dalla presenza sul posto delle chiese di San Ferdinando e Santa Brigida, e del palazzo Cirella e Capone. Ma il Verdinois, giornalista che si firmava con l’alias di Picche e in qualche caso anche Fanfulla, in un articolo apparso sul Il Roma della Domenica, smentisce l’attribuzione della sistemazione all’ingresso della Galleria da parte del barese Curri, poiché, scrive il giornalista, l’architetto, avrebbe dovuto combattere contro le ostilità religiose che non gli avrebbero certo permesso di buttar giù la chiesa di San Ferdinando, e costruirvi, in sua vece, come dovette esser evidente dai progetti presentati, la facciata principale della stessa Galleria su largo San Ferdinando, ed ovvero, oggi, l’attuale piazza Trieste e Trento. Rocco De Zerbi, direttore del giornale Il Piccolo, come scrive l’Agrusti, proponeva la figura dell’architetto barese come il migliore tra gli architetti dell’epoca, definendolo, sul fondo di un pezzo scritto di sua mano, il Carneade della moderna architettura, e che se gli fosse stato dato retta nell’avventura della Galleria Umberto I a Napoli, si sarebbe vista rettificata anche piazza San Ferdinando, e avrebbe avuto maggior risalto anche l’arditezza e lo slancio della cupola della Galleria su tutto quanto il contesto urbano. Ed infine, Martino Spinazzola, in un articolo sul Il Mattino di Napoli, copia del 16 novembre 1916, a proposito di Antonio Curri, cita tutto il lavoro fin qui svolto, a lui attribuibile nella sua creazione essenziale. È probabile quindi che il Curri dovette per forza di cose stilare un disegno com’era d’uso a quell’epoca, e presentarlo come un vero e proprio progetto della Galleria e che prevedesse, valorosamente, un accesso all’Orgnanismo dal nuovo fuoco visivo ottenuto per mezzo della demolizione della chiesa di San Ferdinando e la contestuale ricostruzione del braccio orientato all’ottagono; questo, avrebbe concesso all’architetto di vedersi davanti agli occhi un’opera che parlasse il medesimo linguaggio architettonico su tutti i fronti e quindi su tutti e quattro i fronti vedersi le stesse finestre, le stesse lesene, gli stessi basamenti, le stesse cornici. Resta da aggiungere solo che ammesso che sia pur vero che i disegni ritrovati siano del Curri, questi ad ogni modo, sottendono all’idea che il progetto di Emmanuele Rocco, che attualmente difende la paternità della Galleria e del suo fronte principale, altro non sia una semplificazione delle linee architettoniche ingegnosamente disegnate dal Curri. E che i disegni del Curri, sempre a patto che siano i suoi, sono formalmente la chiave tipologica già presentata dal progetto Cottrau, che si vuole anch’esso, dominato dall’idea fissa di demolire San Ferdinando, con la sola differenza che il Cottrau pensava di fare a meno di San Ferdinando solo per un effetto pratico, da un’esigenza richiamata dalla deformazione professionale di un urbanista. Mentre il Curri avrebbe provveduto a buttar giù San Ferdinando solo per una pura questione estetica, architettura delle relazioni, dovendosi valorizzare a pieno i fronti prospettici.


Spazio note

(1) Galleria Umberto I. Architettura del ferro a Napoli di Ugo Carughi prefazione di Giancarlo Alisio, Franco Di Mauro Editore. Il presente volume nasce da una ricerca condotta nell’’ambito dei programmi dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ISBN-88-85263-86-0 BNN distribuzione 2008 D 12
(2) E. Giannelli, Artisti napoletani viventi, Napoli 1909, a pagina 712. Dieci anni dopo la morte del Curri in occasione del suo memoriale Notarnicola G. Notarnicola, (a cura di) Discorso commemorativo, in AA.VV., ”Antonio Curri. Ricordo della commemorazione del X anniversario della sua morte. Comitato per le onoranze all’architetto Antonio Curri in Alberobello, Bari, 1927, pagina 13.
(3) F. Nardinois, Su e giù per Napoli dopo dieci anni …. , pagina 35, articolo pubblicato dal giornale locale Il Roma della Domenica. Cfr., Dizionario biografico degli Italiani, vol. V. Roma,. 1960 pagg. 469 e segg.
(4) Alfredo Cottrau, Carte in tavola a proposito di un rione. Chi più spende meno spende?, B.C.I.A., supplemento al numero 22, II volume, Napoli 16 novembre del 1885, pagina 178
(5) Infatti, agli inizi dell’800 i progetti degli architetti dovevano avere una rappresentazione grafica acquerellata ed un’elevazione geometrica del progetto ad uso dei professionisti. A. Venditti, Architettura Neoclassica a Napoli, Napoli 1961, pagine 28, 29, 47; cfr. G. Tango, Trattato di disegno architettonico del professor, ingegner Giuseppe Tango, Napoli 1891.