La Crocifissione ai Predicatori Napoli

E' la tavola della Croce istoriata1, raffigurante la Crocifissione, adorato documento di miracolo, destinata al culto cattolico del ”Cristo che parlò a San Tommaso d'Aquino". 

Si trova sull'altare del Cappellone del Crocifisso, interno chiesa di San Domenico Maggiore a Spaccanapoli. Dipinta com'era d'uso a tempera, su una imprimatura di gesso e colla, distesa sopra una tela aderente al legno, non sottile, secondo il miglior modo di Bisanzio. 


Rarissimo esempio della pittura duecentesca a Napoli, in Campania, di poco inferiore all'arte toscana e romana nella città partenopea introdotta dal genio di Montano d'Arezzo, Pietro Cavallino, Lello Fiorentino, Simone Martini ed in special modo da Giotto a Napoli e la sua finta Apocalisse istoriata a Santa Chiara Vergine, ed il ciclo degli affreschi alla Cappella Palatina al Maschio Angioino a lui ampiamente attribuiti.

Generalmente, eccezion fatta per la Virgo Regina d'Amalfi, e dello scomparso mosaico dell'abside della cattedrale di Capua, la Tavola può a ben merito considerarsi un capolavoro dell'antichissima cultura delle belle arti bizantine e della cosiddetta ”seconda età dell'oro” di quell'arte del X secolo d. C., unica ed estesa a tutto il Mezzogiorno d'Italia2.


Descrizione dell'opera della Crocifissione a San Domenico Maggiore.

La scenografia del dipinto è suggestiva per la somiglianza della Tavola medesima alla miniatura dell'Evangelario Siriaco di Rabula.

  • Almeno nel tentativo che si fa nelle due composizioni delle Crocifissioni messe a confronto, di accentuare il tema del dolore. Esso è piuttosto frutto di un colto estetismo: in questa Tavola, infatti, Cristo non serra, come nei capolavori del Cimabue, le labbra nella morsa della morte; è invece emaciato, scarnito, non contratto dallo spasimo; le labbra e la bocca semiaperta, spirante, mentre la Vergine, in Gentilissima femminilità, lascia pendulo il suo braccio destro e spontaneo ne fa emergere appena la mano dalla tunica che drappeggia sul petto con libere onde lineari, ad imitare veramente la morbidezza della seta. Alla maniera bizantina, l'opera di presenta con la Vergine e il San Giovanni l'Evangelista, gementi ai lati del Cristo morto3 che pende dalla croce, mezze figure di due angeli che gli volano in torno, sotto il suo piede il teschio d'Adamo, creduto sepolto sul Golgota, sono elementi essenziali e costanti nello schema più semplice di questa figurazione assai diffusa soprattutto nelle opere d'arti minori4; La presenza delle due figurine minutissime dei due frati Domenicani, inginocchiati oranti ai lati del ceppo della croce5, il maturo carattere gotico della scritte latine, i grafismi provenzali, l'errore di trascrizione del monogramma greco sul pio nome della Vergine, chiariscono a pieno regime che l'autore della Tavola medesima piuttosto che un bizantino è verosimile possa essersi trattato di un autore locale fortemente ispirato alla maniera bizantina. La sagoma della Tavola ha il lato superiore tribolato, un vero unicum, finora rintracciato solo nei cibori e negli amboni e talvolta ripetuto nelle pitture nostrane del Duecento italiano, diffuso piuttosto nell'iconostasi dalle grosse cornici in stucco dorato intercalate di bolloni a rilievo, esemplata nella pala toscana di Vico l'Abate, conservata nella Pinacoteca napoletana, piena opera del Duecento. Dipinta com'era d'uso a tempera, su una imprimatura di gesso e colla, distesa sopra una tela aderente al legno, non sottile, secondo il miglior modo di Bisanzio. E' escluso che la Tavola sia toscana o per lo meno ispirata ai comuni temi di quell'arte, circa la qualità parlante dell'humanitas del testo ritratto. Il frontale del disegno è stato più volte accostato al Giunta pisano, poi smentito per farne un'aderenza alle Croci di San Domenico ad Arezzo, ma anche quest' ultime non confortate da aggiunte scientifiche lo hanno piuttosto ed invero avvicinato alle Croci di Machilos e di Simeone, tardivi, tutti e due, umbri imitatori del Giunta. Le traverse originali del dipinto nel tempo son state quasi distrutte dal tarlo, favorendo la sconnessione dei margini delle fessure e l'ondulazione della superficie delle assi medesime. Pienamente recuperato dalla Reale Sovrintendenza dell'Arte Medievale e Moderna della Campania dal valoroso professor Stanislao Trojano dell'istituto Belle Arti e studioso appassionato di difficoltà nei restauri. Significativo e suggestivo l'operazione posta in essere per restituire alla Tavola il suo primitivo splendore: si è intervenuto sui gonfiamenti e sull'imprimitura del colore; dopo molti assaggi in punti di minor importanza si è dato il via alla detersione delle vernici aggiunte postume, asportando via dal genere le zaffe, la colla, il mastice servito per dei restauri selvaggi. Il legno di questa tavola è stato mummificato per meglio proteggerlo da eventuali tarlature, e anzi la tavola stessa a seguito del restauro è stata armata di un solido e preciso apparecchio in ferro zincato a sbarre orizzontali e regoli verticali resi interscorrevoli agli assi, i quali vennero, senza sforzarli e neppure rinzaffarli, uniti per mezzo di cambre a farfalla.


Spazio note

(1) Estratto da: La *Crocifissione di S. Domenico Maggiore in Napoli/ Sergio Ortolani. - [1] carta di tav. Fa parte di Bollettino d'arte del Ministero della pubblica istruzione : notizie dei musei, delle gallerie e dei monumenti d'Italia , Anno 25, ser. 3, n. 2 (ago. 1931), p. 53-64 Autore Ortolani, Sergio <1896-1949> Soggettario Firenze Napoli - San Domenico Maggiore - Crocifissione]
(2) [Toesca, Storia dell'arte italiana- Torino : UTET. - v. ; 26 c Fa parte di Il trecento , 2 I Vol., pag. 697;]
(3) [Diversamente dal Cristo morto secondo schemi iconografi che ne ritraggono la posa del Cristo Vivo, rispettando lo stile tardo romanico, quasi protorinascimentale, eretto, ieratico, spesso vestito. Vedasi Ozzola, Un corcifisso romanico Collezione Bastianelli in Roma; le due Tavole della Pinacoteca di Siena, un'altra della collezione Schiff di Pisa, un'altra della collezione Blumenthal di New York, collezione della Yale University; la Croce di Campo di Spoleto, Museo Civico di Pisa, e vedasi anche i due calligrafici esempi della Pinacoteca di San Gimignano e delle Gallerie dell'Accademia di Firenze]
(4) [REIL Die fruehchristlichen Darstellung der Kreuzigung Christi; Liepzig 1904; Male L'art religieux du XII siécle, Paris 1923, pag. 189; nonché il Millet in Récherches sur l'icnonographie de l'Evangile, Paris 1915 a pag. 39 ed ancora Van Marle in Rech. Sur l'icon. De Giotto et de Duccio a Strasburgo nel 1920 alla pgina 35.]
(5) [L'Ordine domenicano venne confermato da Onorio III nel 1216, il suo primo convento napoletano fondato nel 1231e fu l'antichissima abbazia, prima basiliana poi domenicana di San Michele Arcangelo in Morfisa, la cui chiesetta venne poi nel 1255 riconsacrata a Dio e a San Domenico nel perimetro dell'attuale chiesa napoletana di San Domenico Maggiore ed ivi nel 1243 è stato frate converso San Tommaso d'Aquino.]