Crocifisso Bavarese XVII secolo Napoli

Si tratta di un Crocifisso in avorio del XVII secolo, altezza 82 centimetri1, recuperato assieme al Crocifisso di fra Giuseppe da Soleto ed al sant'Arcangelo che abbatte i Demoni, al vecchio e scomparso convento di Santa Croce di Palazzo.

Più in particolare l'oggetto è appartenuto all'oratorio privato di Maria Isabella di Spagna, regina consorte di Francesco I nel 18341bis ed oggi messo al catalogo delle plastiche e piccole sculture accompagnato dall'amuleto in alabastro trapanese, in esposizione alla Cappella dell'Assunta di Palazzo Reale a Napoli2.

E' un pezzo unico, esclusivo della manifattura tardomanieristica della bottega bavarese in Italia3, ed oltre tutto è la testimonianza certa di intagliatori nordici nella Penisola. 

  • Si tratta di un Cristo in croce non ancora morto, perchè vivi vennero appiccicati i Cristi alla Croce del tipo del Seicento, caratteristica avviata dall'opera di Michelangelo, il Cristo di Gianbologna, iniziata nella chiesa dell'Annunziata di Firenze. Contro il Cristo già morto del tipo del Trecento, oggi reso dalla maestosa opera alle spalle dell'altare maggiore di Santa Chiara a Spaccanapoli, oppure il Crocefisso ancor più antico nell'omonimo cappellone al tempio dei Frati Predicatori di piazzetta San Domenico Maggiore.

Fu ritrovato in un deposito con le braccia spaccate e staccato dalla croce ad albero fabbricata nell'Ottocento, e la collocazione di quest'importante oggetto per la pietà preziosa delle corti è da ascriversi al riordino delle sale di Palazzo dopo il disastroso incendio, anche perchè dalle agiografie di Filippo Sardi, si sa che Maria Cristina di Savoia per pregare si servì solo di un ginuflessorio e di appena un crocefisso di metallo non prezioso, scuro, benedetto dal papa in persona.

L'opera napoletana si presenta in stile composto, la bocca aperta, lo sguadro in direzione dell'alto, la testa incrinata a destra, la posa è stirata ed eretta ed i piedi raccolti al legno della Croce da un sol chiodo. E' coperto da un perizoma cinto ai fianchi da una cordicella, una piega lo rende anche un poco una sorta di piccolo grembiale, quel panno di stoffa spesso usato in sede episcopale durante le celebrazioni pontificali.

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Spazio note

(1) Inv. 1671/80. Foto 36604/F
(1bis) [A.S.N., Casa Reale Amministratore III, Inventari 330 bis]
(2) [Liberamente estratto da: Arte sacra di Palazzo. La Cappella reale di Napoli ed i suoi arredi a cura di Annalisa Porzio. 1989 Arti Tipografiche NapoliBNN 1994 B 28 pagg. 82-83]
(3) Gli è affine per qualità materica e per identica lavorazione solo il Cristo Pallavicini di Genova, attribuito a Georg Petel, mentre per il Cristo di palazzo Reale l'autore rimasto ignoto, se ne deduce che non sarebbe stato in grado di apportare modifiche sostanziali ai tratti specifici della scuola da cui è stato estratto. Comunque dagli studiosi, il prodotto si direbbe legato ad una cultura più antica del Seicento, la costumatezza della sagoma di Cristo è da riferire più verosimile fatto dagli intagliatori della corte di Massimiliano di Bavbiera. A questo oggetto va riconosciuta una certa somiglianza con la produzione di Angermayer, autore dello Stipomonetiere del Bayerisch National Museum di Monaco.