Santa Maria a Cappella Vecchia Napoli

E la scomparsa antica badia di Santa Maria a Cappella Vecchia di Napoli1.
La sezione longitudinale dell'antichissimo complesso monastico ed il prospetto posteriore, entrambe le soluzioni confluiscono nella struttura del Palazzo Di Gennaro, proprietà delle famiglie patriziate napoletane dei Cavalieri del Sedile di Porto.

Santa Maria a Cappella Vecchia è stata edificata per creare una cortina scenografica col vicinissimo Palazzo Sessa, oggi sede unitaria della comunità ebraica napoletana.


La fondazione della cappella sorge nel nucleo antico di Pizzofalcone, a ridosso della strada del Chiatamone con le quale divide la storia e il vicinato con la chiesa di Santa Maria della Concezione in attività alla Congrega dei Ripostieri, e le Rampe del vicinissimo Pallonetto a Santa Lucia al Mare.

All'interno dell'antica struttura religiosa, in seguito alle trasformazioni dell'edificio sacro in una modernissima palestra, son stati rimossi gli altari laterali e l'altare maggiore ed infine pezzo dopo pezzo tutto il pavimento maiolicato; la Confraternita del Sacro Cuore di Gesù che l'ebbe in gestione dal Cardinal Buoncompagni trasferitasi altrove per effetto del documento datato 1 giugno 1939 n° 1089 col quale lo Stato non potè più ritenersi civilmente obbligato alla manutenzione di un immobile non demaniale, portò via con sé il bellissimo quadro dell' Immacolata opera di Paolo De Matteis.


Storia della scomparsa cappella di Santa Maria a Cappella Vecchia.


Gli stucchi settenteschi son stati in parte distrutti ed in parte estremamente danneggiati onde dar luogo alle attrezzature sportive.

  • Il chiostro, all'interno del qual perimetro sono ancor tutt'ora chiaramente visibili tracce delle monofore gotiche e molta della parte conventuale con l'aggiunta postuma delle volumetrie e degli spazi, son stati adattati ad ambienti per la destinazione finale d'uso residenziale. Il monastero di Santa Maria a Cappella Vecchia, anche se trasformato in complesso di anonime abitazioni civili, tutt'ora offre riferimenti tipici dell'architettura badiale cassinese a partire dal sagrato cui si accede dal mirabilissimo portale marmoreo del 1506, con gli antri aperti nei fianchi della collina di Pizzofalcone e le botteghe di antiquari che ne ornano la stradina un tempo avente lo stesso nome. Il Monastero di Santa Maria a Cappella, nel cresciutissimo numero di monaci seguaci di San Basilio, è stato elevato a dignità di centro e cenobio basiliano derivato dal monastero Gazarense o Grattarense2. Le fonti restano incerte e in accordo formale tra loro, si legge chiaramente che, l'antica Badia di Santa Maria a Cappella Vecchia, sia sorta sul sedicente arenile di Castel dell'Ovo, tra le grotte ivi presente e la spiaggia di fronte quasi sicuramente ricordata come luogo d'approdo dei monaci, presumibilmente, sbarcati a Megaride molto prima dell'anno Mille. Stante la documentazione in essere vicina al X secolo fatta menzione nella pergamena del 23 agosto del 996, Basilio II e suo fratello Costantino XI, imperatori d'Oriente, circondati da autori e scrittori di storie antiche e più o meno attendibili sullo stato delle risorse umane e sul circuito delle chiese di rito greco disperse per l'antico tracciato marittimo napoletano, in special modo nell'area luculliana e della chiesa medesima, il racconto parla di una chiesa ed un monastero come belli a vedersi nelle terre del Chiatamone3

Nella raccolta dei documenti è detto che il primo abate del cenobio fu un certo Giovanni.

Gli seguirà nel 1144 tale Pietro favorito dai privilegi concessi da Ruggero il Normanno e sottoscritti dall'allora arcivescovo di Napoli, Marino.

  • Ed ivi i Basiliani vi restarono fino alla fine del XIII secolo4. Nel 1296 i Benedettini rivendicarono per istanza al re Carlo II d'Angiò la loro jus piscandi battuta e persa contro le monache Domenicane del monastero dei Santi Pietro e Sebastiano5. Più facili e più certe sembrano essere le notizie relative alla commenda quattrocentesca di Santa Maria a Cappella Vecchia; a godere della terza parte delle rendite provenienti dalla gestione della Commenda di Santa Maria a Cappella Vecchia di Napoli fu proprio quel Pandolfo de Gennaro, assolto dal pontefice Callisto III con bolla del 1455 e con tal documento egli restò amministratore della badia fino al 1496. Gli succederà Fabrizio de Gennaro figlio di Andrea De Gennaro conte di. Martorano. Nel 1506 Antonio de Gennaro fu Presidente del Sacro Regio Consiglio, morto e sepolto nella chiesa oggi chiusa di San Pietro Martire di Napoli e nel 1521, Masotto De Gennaro, avanzò istanza ed infine ottenne il giuspatronato della prima dignità nel Capitolo Metropolitano ancora una volta buono sugli Ebdomadari nell'omonimo sacro Collegio del Duomo di Napoli. A goder di questo beneficio, dunque, il figlio di quest'ultimo, tale Annibale De Gennaro. Il 4 settembre del 1489 Pandolfo De Gennaro cedeva in enfiteusi a Michele d'Afflitto il lotto di terreno su cui poggiava la commenda obbligandolo secondo le leggi reali del dominio alla miglioria d'apportare sulle opere fondate.

Ma ai Benedettini successero gli Olivetani introdotti da Fabrizio De Gennaro.

Il primo della nobilissima stirpe ad aver registrato le spese affrontate nella ristrutturazione della badia.

  • Che comunque, dotata di un nuovo altare maggiore di fattura rinascimentale, lasciò intatte le severissime linee dell'architettura gotica entro la quale riuscì a collocarvi le statue scolpite da Girolamo Santacroce, almeno a sentire il Morisani in uno dei suoi momenti migliori, della ”Madonna col Bambino”. Per quest'oggetto molto prezioso, si ricorda l'effetto chiaroscurale del manto che copre il viso meditabondo della Vergine, il tipo del Bambino che volge l'attenzione nella direzione opposta a quella della Madre, la bellezza leziosa della mano, la scioltezza del motivo statuario e la resa del panneggio la rendono stilisticamente e straordinariamente assai simile con la figura centrale dell'altare della Neve presso la chiesa di san Domenico Maggiore a Spaccanapoli; il ”San Giovanni il Battista” ed il ”San Benedetto da Norcia”. Oggi le tre statue restano in custodia nella Cappella del Seminario Maggiore di Napoli. Ad invitare il Santacroce alla Badia per l'opera prestata dovettero esser stati gli stessi Olivetani rimasti soddisfatti del pezzo eseguito per la loro chiesa di Santa Maria di Monteoliveto realizzata nel 1524; apriva la badia di Cappella Vecchia a seguito degli importanti lavori svolti un elegante portale in marmo con delle iscrizioni sull'Abate Protonotario Gennaro, subito sotto lo stemma gentilizio ancor oggi leggibile su quel che rimane delle diverse dimensioni dei caratteri incisi nel marmo; l'ambizioso progetto di restauro si concluse secondo i suoi disegni nel 1506, anno in cui a Napoli, però era già stata perduta la corona d'Aragona ed un buon numero di soldati spagnoli presidiavano il centro critico della città. Dicesi che le commende rovinarono le badie, caso storico fu la badia di Montevergine vergnosamente barattata nel 1430 dall'abate Palamide de Lando in cambio della prelatura laica di San Pietro ad Aram alla Duchesca. Mentre nel 1515, il cardinal Luigi d'Aragona, nipote di Ferrante re di Napoli, vendette la commenda di Montevergine per 3000 ducati d'oro in cambio dell'ospedale napoletano appartenente alla basilica dell'Annunziata6. Per la badia e commenda di Santa Maria a Cappella Vecchia nel 1541 alla morte di Fabrizio de Gennaro successe il Cardinal Marcello Servini, il quale non ebbe difficoltà alcuna di cedere la commenda ai Chierici Regolari Lateranensi per per una rendita badiale stimata in 300 ducati con annessa la sigla sugli accordi che il numero dei due conversi e dei dodici santi padri monaci ivi residenti non avesse mai a diminuire. Detto Marcello Servini verrà eletto papa nel 1555 col nome di Marcello II, passando sicché la badia a monsignor Giovanni Michele Saraceno. Abate commendatario della badia di Santa Maria a Cappella Vecchia fu anche il Cardinal Francesco Buoncompagni, parente stretto di papa Gregorio XV, nato a Roma nel 1595 creato cardinale nel 1621 ed eletto arcivescovo di Napoli da Urbano VIII il 2 marzo del 1626, per la profusione di 14.000 ducati napoletani costui fece costruire di lì a pochissimi passi la chiesa sacra a Santa Maria poi detta a Cappella Nuova. Morì e fu sepolto nel 1641 proprio nella chiesa di Santa Maria a Cappella Nuova. Alla successione della commenda si ricordano i nomi del famosissimo giureconsulto Francesco Barberini nipote di papa Urbano VIII , del canonista Giambattista De Luca, senza spenderci manco un ducato per arricchirla di tesori ricorda Franco Strazzullo anche il cardinal Pietro Ottoboni nel 1724 pronipote di papa Alessando VIII, il quale però rinunziò a tal beneficio per giunger poi al celeberrimo monsignor Perrelli. Complicata questione questa di Domenico Perrelli che il Croce riferirebbe di lui nato a Panicocoli cioè in Villaricca di Napoli, di padre Nicola e madre Caterina Nasiello, pure lei affetta dall'asinità del figlio che per nove mesi custodì in grembo. Nato il 17 marzo del 1750 sarebbe stato battezzato il giorno 19 sembra dello stesso mese di quello stesso anno nella parrocchia di Panicocoli coi nomi di Giuseppe, Asino , Matteo, Biagio, Marco. Costui che per biblioteca ebbe si e no due libri del Bossuet, venne equivocato in un colloquio col Cardinal Spinelli, al quale lo tennero presente come primo duca di Monasterace, uomo abile nelle cose dell'economia, si disse di lui, che riuscì a metter su una fortuna col grano e con l'olio raggiungendo una quotata stima creditizia nei commerci napoletani; impegolato in una tortuosa e grossa catena d'affari però la fortuna gli voltò le spalle finendolo in un mare di debiti: padre di sette figli, Nicola, fatto vescovo pure lui, Filippo nominato commendatario di Santa Maria a Cappella Vecchia ed un' altro più celebre, per esser stato legato pontificio presso la corte di Carlo VI nel presentare il progetto di concordato della Santa Sede sulla questione del Tribunale della Monarchia in Sicilia al periodo buio della sua esistenza per sfuggire ai suoi stessi creditori riparò in Santa Maria a Cappella Vecchia.

 

Il monastero di Santa Maria Cappella Vecchia venne demolito nel 1788.

Da quell'anno la chiesa venne detta regia e poi abolita anch'essa almeno nelle sue funzioni primitive di edificio votato al culto Cattolico di Rito Romano sulla base degli accordi ancor formali raggiunti allora tra Santa Sede e governo borbonico.

  • Il quale senza venir meno al rispetto per la Chiesa di Roma e per la sacra persona del pontefice, intese sopprimere tutti i privilegi goduti dal clero fino a quella data; e v'è d'aggiungere che, a parte la sede della Nunziatura Apostolica nell'omonimo Palazzo a via Toledo rimasta vacante fino al 1821 e fino al 1786 retta da un semplicissimo uditore, già dal 1740 la circolare del segretario dell'Ecclesiastico Brancone bloccò l'espansione dell'edilizia del circuito cattolico impedendo che fossero erette nuove chiese senza il regio assenso e che fossero materialmente buttate giù quelle già esistenti annoverate nell'esubero degli edifici di culto secondo gli schemi del primo accordo raggiunto nel Trattato di Accomodamento, firmato 2 giungo 1741. E anzi venne stabilito che la chiesa pagasse tasse congrue per i beni ammortizzati, così come teorizzato da Antonio Genovesi sull'incameramento dei beni del clero come fonte di rinsanguamento per lo Stato. E che venisse istituito un fondo per gli edifici di culto dallo spoglio dei vescovi e delle chiese chiuse raccolte in un Monte frumentario per i coloni europei, che fossero ridotte a sole cento le diocesi del Continente, che ne venissero, invece, istituite di nuove in Sicilia, e che fossero riconosciute al Sovrano e non a pontefice il diritto a conferire benefici maggiori e minori oltreché assegnare una modesta seppur sincera pensione ai preti e alle monache per il loro onesto mantenimento. A questa particolare condizione storica tra lo Stato e la Chiesa appartengono l'esclusione e poi in definitiva la soppressione della Processione del Battaglino che si teneva lungo la via Toledo prima settimana successiva alla Settimana della Passione o Settimana Santa tra le chiese di San Ferdinando di Palazzo a piazza Trieste e Trento, la chiesa basilica pontificia di San Giacomo degli Spagnoli inglobata al Palazzo San Giacomo e la chiesa di Santa Maria della Mercede a Montecalvario.  Fu abolito pure l'omaggio della chinea nella festa napoletana dei Santi Pietro e Paolo del 29 giugno che nella corte napoletana voleva significare ancor un gesto di pura devozione alla persona del papa, ma che lo stesso pontefice Pio VI l'ebbe da sempre ritenuto un segno di vassallaggio a lui dovuto per i due regni al di qua e al di là del Faro. In vista dell'apertura di un mercato rionale, idea fissa del Maresca questa di aprire dappertutto i mercati, nei grandi mutamenti e specie nella sistemazione di Largo di Palazzo nel 1821 venne demolita pure la chiesa di Santa Maria a Cappella Nuova e la famiglia dei Perrelli che l'ebbero in comodato vennero accomodati alla chiesa ancor'oggi aperta della Concezione o chiesa delle Crocelle al Chiatamone; veramente ebbero addirittura in mente il pensiero di abbattere anche il castel dell'Ovo per farci dalle abitazioni adiacenti all'anzidetto Castello fino al vicino Molosiglio una passeggiata ombratile. Sulla demolizione della chiesa di Santa Maria a Cappella Nuova ed ivi piazzarci le bancarelle ci tornerà il Monitore Napolitano in un documento del 15 dicembre 1807 ed infine la notizia fu ripresa dal Monitore delle Due Sicilie in un inedito del 29 aprile del 1813 sulla rubrica Opere e Lavori Pubblici. Ma del mercato e delle bancarelle progettato dagli architetti fratelli Stefano e Luigi Gasse non se farà mai niente, piuttosto, l'area verrà occupata da uno splendido giardino insediato poi nel 1853 dal Palazzo Nunziante dell'architetto Alvino in seguito al Real Rescritto del 23 marzo 1853. Della secentesca chiesa di Santa Maria a Cappella Nuova le notizie del Celano e del Sigismondo concludono eretta per progetto dell'architteto Pietro de Marino e dai documenti riservati all'Albertina di Vienna, in seguito nel 1924 pubblicati da Hempel si evince che questa chiesa si presentava a croce greca e che per quanto riguarda il magnifico baldacchino della prodigiosa immagine della Madonna, l'abate commendatario Barberini dovette rivolgersi si crede addirittura al Borromini, il quale c'ebbe ideato un trono formato da sei colonne di portovenere a sostegno di un'altrettanta magnifica tiara papale; tutta roba che restò per l'appunto appena disegnata sulla carta per i forti contrasti tra il cardinale commendatario e il vicerè Conte d'Onatte sul crollo della cupola di questa stessa chiesa. Le ossa del Cardinal Buoncompagni oggi riposano nella chiesa non più mercedaria della Concezione in Sant'Orsola a Chiaia.


Spazio note

(1) [(A. Colombo utilizza notizie desunte dallo strumento del 20 marzo del 1762; il D'Aloe invece tratta la faccenda della Badia di Santa Maria a Cappella Vecchia affidata ai Canonici Regolari Lateranensi mentre nel popolo napoletano era ancor viva la tradizione del culto a Serapide nella grotta retrostante la stessa cappella poi detta grotta del Paradiso.) Pianta e disegni dell'archiettetto Talamo con la collaborazione del Geometra Mario Cozzolino. Franco Strazzullo, L'Antica Badia di Santa Maria a Cappella Vecchia Arte tipografica San Biagio dei Librai, Napoli, 1986]
(2) [da una lettera di papa Gregorio Magno del luglio anno 600 (Gregorius Adeodato Abbati Neapolium, 18) cfr Gregorii I Papae registrum epistolarum, edidit Ludovicus M. Hartmann, Berolini 1893, tomo II, p. 253 (X, 18) sorto si legge nel borgo di Chiaia, in Plaia] (3) ( B. Capasso, Momumenta ad neapolitani ducatus historiam pertinentia, Napoli, 1885, Tomo II, parte I, pag. 180, regesto 293). (4) (B. Capasso op. cit., tomo II, parte II, pag. 172)
(5) (Benedetto Croce, La Villa di Chiaia , in “Napoli nobilissima”, I 1892 alla pagina 4)
(6) (G. Mongelli Cronotassi degli abati di Montevergine, in Samnium, XXXI 1958 pag. 159 e XXXII 1959 pag. 42)