Collegio Ebdomadari del Duomo di Napoli

Esiste una versione più comunemente accettata sugli Ebdomadari napolitani che si fecero chiamare a partire dal XVI secolo Confratelli del Salvatore. 
Furono sacerdoti scelti tra i tanti sparsi nelle due cattedrali napoletane del VIII e IX secolo per l'officiatura del culto religioso cattolico di rito romano saldamente incardinati nella chiesa del Salvatore e cioè: il Battistero di San Giovanni in Fontebasilica di Santa Restitua al Duomo di Napoli1.

Non v'è dubbio siano stati visti in giro per gli edifici attorno al palazzo dell'Arcivescovo gestito fino al IX secolo dai Canonici, i quali, essendo questi l'unico gruppo dei chierici più vicini al vescovo evidentemente oberati di impegni liturgici ebbero bisogno di aiuto nell'esercizio delle più comuni funzioni liturgiche escluse quelle solenni e pontificali.

Mentre invece resiste la versione opposta e più politica sulla faccenda degli Ebdomadari, istituiti nel secolo della riforma della Chiesa napoletana attuata dal vescovo Attanasio, ma già avviata dal vescovo Stefano II nel X secolo, all'epoca in cui il Duomo di Napoli, unica chiesa nel territorio, sede degli Ebdomadari, venne sprofessata del rito greco celebrato in Santa Restituta, parallelo a quello latino con la qual misura, si ottenne di allentare le tensioni che fino a quel momento videro la chiesa napoletana oscillare tra Roma e Costantinopoli2.


Fabulosa è l'ipotesi che vorrebbe il Capitolo degli Ebdomadari fondato dall'imperatore Costantino Magno.

In mutuo accordo con papa Silvestro, giunto a Napoli, in un suo viaggio verso la Grecia negli anni della prima fondazione della basilica cattedrale di Napoli.

  • Rimasti significativamente in povertà rispetto al ricchissimo e potentissimo Capitolo dei Canonici, che vantava e non poco un rango sempre superiore ai minori Ebdomadari, con questi, condussero vita formalmente tranquilla, dividendosi gli spazi nella basilica di Santa Restituta che per i due collegi risultò presto troppo esiguo. Intenso di donazioni spartite con rispetto gli uni degli altri, i Collegi rimasero attivi per le prerogative a loro concesse in ogni luogo, in ogni tempo e tra le diverse dignità religiose; più significativa fu quella del canonico primicerio, Pietro Tomacelli, salito al soglio pontificio nel 1390 col nome di papa Bonifacio IX ed in quanto pontefice, in barba alle costituzioni dell'Orsini, concesse al Capitolo napoletano dei Canonici, il privilegio di seppellire quanti fossero deceduti senza elezione di sepoltura, oltre che sottrarre la stessa basilica di Santa Restituta al controllo dell'arcivescovo della città. Infiatti, dopo quest'operazione nel momento in cui quest'ultimo faceva ingresso in basilica e per l'anzidetto privilegio gli veniva riconosciuta la dignità di Legato Apostolico e non di Arcivescovo. Il Capitolo degli Ebdomadari dall'altro lato restò anche piuttosto isolato dalla vita comune del popolo dei fedeli e non come il Capitolo fratello che diversamente tenne per tutto il tempo uno speciale rapporto di devozione tra le quote più basse dell'episcopio fino agli altissimi livelli della gerarchia ecclesiastica. I Canonici poi tennero capo anche alla scomparsa comunità delle Beghine del Duomo, donne ch'ebbero scelto di fare esperienza di vita penitenziale, soggette ad estenuanti forme di liturgia ascetica, libere di potersi muovere lungo il perimetro della basilica di Santa Restituta e non oltre. Piuttosto ostili agli Ebdomadari, di sera erano costrette a rientrare nelle proprie celle localizzate in un'area contigua alla basilica lì ove oggi s'apre il cortile della Curia e dove tutt'ora sono ancor visibili le grate di queste celle3. Per una siffatta dimostrazione, basti pensare che gli Ebdomadari, in verità, eran a loro volta divisi in due gruppi entrambi sottoposti alla vigilanza del Capo Canonico Cimiliarca, "tesoriere" delle ricchezze della Chiesa napoletana, provveditore di stipule e prebende individuali, attivo nella distribuzione, mai saputo quanto congrua, di terreni e ville disperse sulle isole del Golfo e nella zona orientale della città.  Fu di quel periodo ed in quella circostanza che si decise di affidare agli Ebdomadari, la ormai oggi sparita chiesa di San Michele al quadrivio di Secondigliano; ai Canonici, suoi figli pii e devoti, spettarono altrettanto ville e terreni fuori e dentro le mura della città, con la differenza che a loro e solo a loro venne lasciata la rettoria delle chiese e di alcune potenti collegiate come quella che appartenne un tempo alla chiesa chiusa di San Giovanni Maggiore oggi inglobata in Santa Maria dell'Aituo ai Banchi Nuovi col suo primicerio anche rettore della chiesa di San Giovanni a Marano di Napoli. Ed ancora basti pensare a Giovanni Russo, Canonico, oltrechè titolare della parrocchia di Santa Maria Maggiore di Napoli, primicerio della chiesa di Sant'Arcangelo agli Armieri e Santa Maria del Pozzo. E questo solo per definire che i due collegi più importanti della chiesa napoletana ai tempi della doppia basilica ebbero ruoli, compiti e assegnazioni proprietarie così ben definiti da escludere ogni possibile contestazione delle parti4.


Spazio note

(1) Estratto dai testi di Francesco Li Pira: dottorato di ricerca in storia XXI ciclo; Università degli Studi di Napoli “Federico II”
(2) (vedasi il saggio di Luccherini L'Architettura nella Cattedrale di Napoli nell'Alto medioevo, ma anche Monti Il cosiddetto “Chronicon” di Santa Maria del Principio, Waitz Gesta episcoporum Neapolitanorum, II 63 ed ancora Vuolo, Vita S. Athanasii, IV 28-31. Ed ancora C. D De Fonseca: “Congregationes clericorum et sacerdotum” a Napoli nei secoli XI e XII, in La vita in comune del clero nei secoli XI e XII, atti della settimana di Studio Mendola 1959; Pubblicazione dell'Università Cattolica del Sacro Cuore-Scienze Storiche III, in Milano 1962 alle pagg. 262-283)
(3) (Testamento della nobildonna Regala Minutolo, XIV secolo, per un lascito di sei tarì alle beghine del Duomo di Napoli; estratto dal dottorato di ricerca sulla Cattedrale di Napoli di Eliodoro Savino, Francesco Li Pira, Giovanni Vitolo)
(4) ( A noi noto attraverso ILLIBATO, Il Liber Visitationis di Francesco Carafa nella diocesi di Napoli negli anni del 1542-1543 a Roma nel 1983 e rispettivamente: 54v; 262r; 103v; 209r; II, 59v )