Affreschi di Roberto d'Oderisio a Napoli

Sono gli affreschi di Roberto d'Oderisio1 in esposizione permanente presso la chiesa della Spina Corona all'Incoronata di Via Medina di a Napoli.

La chiesa, fondata dalla regina Giovanna I negli anni Sessanta del Trecento, presumibilmente sui locali abbandonati di un vecchio tribunale, ha continuato ad aver attività autonoma nonostante fosse stata dismessa.
Venne quindi restituita alla città ed in piena fruibilità anche al polo espositivo napoletano dopo la conclusione dei lavori di restauro iniziati negli anni Trenta del Novecento.

I lavori si conclusero soltanto negli anni Novanta, allorquando la chiesa medesima divenne, lungo il corso dei secoli successivi e senza volerlo, luogo di eventi storici che ne hanno fondato la storia, primo tra tutti, il matrimonio ed incoronazione della regina col suo secondo marito Ludovico di Taranto.

Tradizione vuole che siano state espletate entrambe le funzioni non più tardi del 1370, nella stessa chiesa di cui la regnante ne fu madre e fondatrice e per grande fortuna di Roberto d'Oderisio, fedelissimo degli stili giotteschi, nominato artista di corte nel 1382, autore de' " I Sacramenti", primo esempio noto di trasposizione in pittura monumentale di questo tema, affrescati nelle vele della prima campata.


" I Sacramenti" mostrano l'esperienza del pittore che indubbiamente acquisì in un suo viaggio in Francia.

Poi di seguito erroneamente attribuiti a Giotto, già dal XVI secolo, e tale errore avanzò fino al XIX secolo, incidendo fortemente anche sulla ricostruzione della vita personale del pittore medesimo2.

  • Esiste in verità un diploma di fondazione della chiesa datato 1373, sulla base del qual documento, il Summonte, critico di una coscienza dell'arte italiana, ha escluso la partecipazione di Giotto all'opera degli affreschi nella chiesa dell'Incoronata assegnandola invece ai suoi diretti continuatori di terza generazione, probabilmente gli stessi autori delle decorazioni andate irrimediabilmente perdute durante i lavori di restauro del 1772. Alla Cappella di famiglia Pappacoda domiciliati nell'area ove oggi sorge la chiesa chiusa di San Giovanni Maggiore, fondata all'epoca di re Ladislao nel 1419, le opere ritraggono scene di vita biblica del San Giovanni l'Evangelista, estratto dall'Apocalisse affrescata in Santa Chiara a Spaccaapoli ancora di attribuzione giottesca3. La responsabilità degli affreschi stessi dell'Incoronata cesserà a partire dalla data più o meno certa del grande equivoco che presto assegnò gli stessi capolavori direttamente a Giotto; equivoco sorto sulla base della memoria che Petrarca fece nella ricordata opera di una cappella regia affrescata da Giotto presso una delle tante sale del Maschio Angioino; già in età aragonese, spariti gli affreschi dalla cappellina nella sala in questione e da una più diffusa confusione che se ne è fatta dei descrittori della Napoli del Cinquecento, tra il Castelnuovo e il Castel dell'Ovo, indotta dalla roba del Ghiberti4 si generò l'equivoco che fosse la chiesa dell'Incoronata e non un altro l'edificio napoletano più prossimo al porto entro il quale segnalare la cappella coi relativi affreschi che di fatto sussistevano realmente secondo gli schemi propri di Giotto. La notizia di questo sconvolgente equivoco, e cioè che Giotto fosse passato per la chiesa dell'Incoronata circolerà per le corti d'Europa attraverso l'opera pubblica del maestro Antonio Billi composta tra il 1516 ed il 15605 e ritrovata anche nella attenta descrizione che rende per la Napoli d'allora Benedetto De Falco, esponente di primissimo livello delle Accademie napoletane durante il viceregno di Pedro de Toledo, momento assai delicato in cui gli spagnoli della corte del Vicerè tentarono d'instaurare i nuovi tribunali dell'Inquisizione. I regnicoli si sollevarono mossi dal desiderio di mostrare fedeltà all'Impero e al Papato. L'opera dunque del De Falco estratta dal libro di Antonio Billi, a sua volta maneggiata sull'equivoco dell'opera scritta dal Petrarca, offrirà una panoramica degli edifici napoletani sia quelli a destinazione residenziale sia quelli votati al culto cattolico tra i più significativi della città senza volgere di un minimo di attenzione alle opere d'arti in esse custodite. Faranno menzione solo su Giotto e Mormando appena, il primo affidandosi alle attendibilità del Petrarca ed il secondo citando anche il Summonte, non curandosi affatto dell'opera anzidetta che si presentava senza dubbio alcuno come inqualificabile da un punto di vista filologico. Non tratta le opere ad esso contemporanee, trascura di fatto gli artisti e le questioni storico artistiche, non offre neppure gli itinerari per gli stranieri, come invece fece il De Stefano negli stessi anni, solo che quest'ultimo non ebbe la stessa sorte, oscurata, purtroppo dalla Napoli Sacra di Cesare D'Engenio Caracciolo. Gli studi redatti fino ad oggi sul percorso storico degli artisti napoletani del Trecento italiano è dato dalla ricostruzione della Cancelleria angioina naufragata all'avvicendarsi delle Amministrazioni aragonesi in città poi riprese per gli interessi spagnoli del Viceregno e quindi nuovamente andate perdute col sopraggiungere delle arti rinascimentali e barocche soprattutto; oggi si fa affidamento alle sole consultazioni di eruditi del settore su materiale cartografico che non va oltre gli anni della Seconda Guerra Mondiale6.

E' a Ferdinando Bologna che si deve il merito di un'attenta ricostruzione del percorso artistico.

Oltreché umano dell'artista Roberto d'Oderisio, il quale è presto inquadrato in un contesto articolato di novità.
 
  • In un insieme di linee di svolgimento integrate in un sistema artistico centro italiano e mediterraneo a partire dalla ”Crocefissione di Eboli” in mostra alle ”Opere d’arte nel Salernitano dal XII al XVIII secolo” del 19557. Nell'opera medesima anzitutto si è voluto ridimensionare le notizie circa la presenza di Simone Martini a Napoli giunto per farsi incoronare cavaliere di San Ludovico; ma il senese ottenne uno scarso seguito a Napoli e il Bologna lo giustifica col fatto che la cona di San Ludovico era affatto gradita agli Angioini, poiché la stessa effettivamente negava la fama che gli Angioini godevano presso il popolo per le loro simpatie ai movimenti pauperistici. Dunque in effetti gli indirizzi culturali dello stesso Roberto d'Oderisio all'epoca in cui vennero affrescate le vele della campata della chiesa dell'Incoronata sarebbero stati quello romano e cavalliniano; solo tempo dopo sorsero gli accenni agli stili di Giotto; fatto per cui s'ipotizza accanto a Roberto d'Oderisio un'altra figura d'artista dallo stile inconfondibilmente suo oppure, per altra ipotesi, ci sta che gli stessi capolavori dell'Incoronata siano opera di un Roberto ancora giovane, distratto dalle aspettative politiche e dalla cultura in generale. E' nel contesto storico di rendere memoria giusta all'artista Roberto d'Oderisio che in effetti il Bologna altro non fa che rivendicare come Napoli fosse stata centro ricettore seppur non propulsore di artisti, capace di acquisire nuove esperienze anche senza troppi ritardi, della cultura data dall'impulso delle opere di Cimabue e del Cavallino e alla fine anche del Giotto stesso. E anzi vengono in quegli anni e grazie alla rivalutazione dei capolavori d'arte presente nell'Incoronata di Napoli ampiamente fondate le premesse per una riqualificazione della scuola locale, con veri e propri esempi di esportazione dei modelli napoletani ad Avignone primariamente e poi ancora un seguito del ”maestro delle tempere francescane” in Aragona e nella Francia meridionale8. Il tema della salvezza della vita dell'uomo già ampiamente trattato nelle decorazioni sul portale maggiore di questa chiesa, giustificandolo per la destinanzione ospedaliera dell'impianto venne proposto ed ottenuto di realizzare gli affreschi dei ”Sacramenti” a tappe prestabilite. La collocazione delle pitture in due fasi, ad esempio quelle che trascinano schiettamente lo stile di Giotto e cioè il ciclo delle storie veterotestamentarie riferibili alla collocazione degli affreschi anni Quaranta del Trecento, e i Sacramenti collocati nel decennio successivo offrendo con questi ultimi però una diversa impaginazione spaziale, indicano che effettivamente i lavori sono produzione evidentemente sincrona dell'artista.


Spazio note

(1) Estratto da: "Tesi di dottorato di ricerca in Scienze Archeologiche e Storico-Artistiche XIX ciclo ; dottorato di Paola Vitolo su Chiesa di Napoli dell’Incoronata, settore scentifico-disciplinari MIUR Università degli Studi di Napoli Federico II
(2) Si veda: N. De Blasi e A. Varvaro, La cultura toscana a Napoli. Petrarca, in Letteratura Italiana. Storia e geografia. L’età medievale, I, Torino 1987, pp. 470-472.) .( Augelluzzi, Lettere due sulla chiesa dell’Incoronata e sulla sepoltura di Giovanna I, Napoli 1846, p. 23 e nota 32)]
(3)(Giovanni Antonio Summonte Istoria del regno di Napoli, Napoli 1675, p. 572)
(4) (Si veda in proposito L. Ghiberti, I commentari, a cura di O. Morisani, Napoli 1947, p. 33.) e da tutti quelli che hanno puntualmente copiato i suoi lavori, (L’ipotesi è di P. Barocchi in G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, a cura di R. Bettarini-P. Barocci, II, Verona 1968, p. 366-367.)
(5) (Libro di Antonio Billi, ed a cura di A. Ficarra, Napoli s.a., p. 6. L’opera, pubblicata a Napoli nel 1549, è stata recentemente riedita (Napoli 1992) a cura di T. Toscano. Su Benedetto di Falco si veda anche: B. Croce, Il primo descrittore di Napoli: Benedetto di Falco, in “Napoli Nobilissima”, 1, 1920, pp. 81-83, e L. Di Mauro Introduzione, in G. A. Galante, Guida sacra della città di Napoli, Napoli 1872, ed. Napoli 1985 a cura di N. Spinosa, pp. XXXIX ss.; F. Ammirante, Benedetto di Falco, in Libri per vedere cit., pp. 13-17)
(6) [(Per gli artisti restano essenziali i documenti e le notizie che raccolgono, i lavori di Schluz, Denkmäler cit.; É. Bertaux, Les artistes francais au service des rois angevins de Naples, in “Gazette des Beaux Arts”, 33, 1905, pp. 265-281; 34, 1905, pp. 313-325; E. Stahmer, Die Verwaltung der Kastelle in Königreich Sizilien unter Kaiser Friedrich II und Karl I von Anjou (Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien. Ergänzungsbände I), Leipzig 1914; Idem, Dokumnete zur Geschichte der Kastellbauten Kaiser Friedrichs II und Karls I von Anjou (Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien. Ergänzungsbände II-III), Leipzig 1912-1926.)]
(7) (F. Bologna, Opere d’arte nel salernitano dal XII al XVIII secolo, catalogo della mostra, Napoli 1955, pp. 28-37 ed ancora: Bologna, I Pittori, cit., cap. IV «Pro Symone Martini milite» pp. 147-177).
[8] [Toesca (Il Trecento, cit., p. 690) e Berenson (Pitture italiane, cit.,) D'attribuire anche a Roberto anche gli affreschi della Cappella Barrile, Berenson anche la Santa Caterina di Venosa e Raffaello Causa (IV mostra di restauri. Catalogo, Napoli 1960, pp. 38-39, tavv. 16-19) il Crocifisso della Cattedrale di Teano tutti poi assegnati da Bologna al Maestro della Cappella Barrile (I Pittori, cit., pp. 200213).]