Chiesa della Spina Corona a Napoli

La Spina Corona è l'antichissima tradizione della reliquia cristologica legata alla storia della chiesa dell'Incoronata a via Medina di Napoli1, di cui oggi niente resta dell'antichissimo rito che ne celebrava la memoria e le reliquie stesse ostentate ai pii devoti, niente resta neppur delle forme del culto promosso nel nome della Spina Corona.
Della tradizione napoletana della Spina Corona oggi è nota più o meno con attendibilità l'indulgenza concessa dal papa Gregorio XI del 3 marzo 1370 in favore dei pellegrini che si fossero messi in cammino e avessero raggiunto la chiesa.

E che lo avesse fatto nel giorno della sacra esposizione delle reliquie, si dice cadenti nel giorno del Venerdì Santo e della Pentecoste.

Così come non è ben chiaro quando, come e se effettivamente vennero disperse le reliquie e l'ostensorio in lamina d'argento che le custodivano almeno fino al 1463, anno in cui, ancora esiste documento con cui la Certosa di San Martino reclamava la restituzione delle sacre reliquie al Decano di Aversa, che l'ebbe temporaneamente in affidamento e che tardò a restiutirle al complesso monastico2.


Che meravigliosa prospettiva quella di entrare in possesso di quella Corona che soddisfa la loro pietà e lusinga la loro gloria! 

Scarne notizie certe e non presunte circa l'esistenza delle reliquie, altro materiale sull'argomento è configurabile dalle storie private della regina Giovanna I e del Duca di Calabria suo padre.  

  • Ed anche dalla storia della chiesa dell'Incoronata e dei fatti angioini che hanno segnato tutto quanto l'arco temporale che va dall'anno Mille alla metà del Quattrocento italiano. “Il re e sua madre si infiammarono subito di tanto zelo: che meravigliosa prospettiva quella di entrare in possesso di quella Corona che soddisfa la loro pietà e lusinga la loro gloria! Corona di umiltà, la corona è, nonostante tutto, una corona, cioè una reliquia regale. Essa incarna quella regalità sofferente e umile che è diventata l’immagine di Cristo nella devozione dolente del XIII secolo, e che l’immaginazione trasferisce sul capo del re, immagine di Gesù in questo mondo, immagine del Regno nella sofferenza e del trionfo sulla morte attraverso la sofferenza. (…)  Dopo la “traslatio imperii” e la “traslatio studii” dall’oriente in occidente, ecco la “Traslatio Sacratissime Passionis instrumentorum”. E la destinazione di quella reliquia, il suo luogo d’elezione, è la Francia, che appare sempre più come la terra benedetta da Dio e da Gesù”3. Per i re Angioini, l'investitura divina ha da sempre rappresentato il fondamento della loro regalità; il possesso della Spina della Corona che tradizione vuole sia stato il medesimo abate della Certosa di San Martino qualificatosi come degno ambasciatore della regina Giovanna I andato sul posto ad estrarla dalla Corona che si dice sia stata fatta giungere direttamente dall'Oriente alla corte dei re di Francia e che abbia di fatto cinto il Capo di Gesù Cristo, segna fortemente la passione espressa anche ad altissimi livelli dei regnanti di Francia ed in particolare del concetto di regalità ch'ebbe nel corso della sua vita re Luigi IX esasperata al punto di identificarsi col Cristo sofferente.

Non fu quindi solo prerogativa della regina Giovanna I quella di desiderare anche parte della sacra reliquia. 

Re Roberto, ad esempio, fu un altro di quelli oppressi dalla rappresentata potenza della Corona.

  • Come dimostra la cona con la doppia incoronazione di Ludovico e re Roberto nella tavola presente in chiesa e che rispetto ai suggerimenti che offre la sua composizione è stata oggetto di studi approfonditi nel corso dei suoi anni di esistenza a partire dalla recensione scritta da Bertaux, il quale in queste faccende ci ha visto questioni politiche definendo la passione di re Roberto per il potere simbolico della Corona una legittimazione al trono essendo egli solo il terzogenito di famiglia dopo Carlo Martello, re d'Ungheria, e, appunto, lo stesso Ludovico. Quanto anzidetto circa l'ossessione di re Roberto per la Corona venne invece smentito dai lavori di Ferdinando Bologna che ha ricordato a tutti che lo stesso re non avrebbe avuto alcun interesse a discutere sul fratello Ludovico, dal momento che costui fatto vescovo dal papa, ebbe il suo posto nella storia già segnato e cioè lontano dal trono avendo per tempo rinunziato egli stesso all'incoronazione, forse creduta come un segno di profonda umiltà di San Ludovico e non piuttosto un modo semplice oltreché politico di ripulirsi di un passato spiritualisticamente più vicino ai movimenti pauperistici e di fatto immerso nei margini dell'eresia del tempo4. La scelta di arricchire la chiesa di una reliquia cristologica in un qualche modo rappresentativo della sua sovranità non è mai stato un fatto nuovo in Europa e presso le corti Angioine; lungo è l'elenco delle spine e dei frammenti della Santa Croce disperse dentro e fuori dal regno. La più significativa e che introduce al suo interno l'elemento della chiesa dell'Incoronata di Napoli è la Sacra Spina donata a questa stessa chiesa da Carlo II che lui stesso andava dicendo in giro d'aver ereditato dal padre Carlo I direttamente da Parigi; la Spina della Corona è solo dunque un elemento simbolico della regalità che Carlo II ha ricevuto invece realmente dal pontefice Bonifacio VIII allorquando questi gli ottenne di poter redigere un documento sulla costituzione del clero all'interno del quale le liturgie dovevano espletarsi secondo il rito rigorosamente parigino5.

Attorno alla Spina della Corona donata dal re Carlo II si sviluppò interessante una speciale devozione di popolo come di regnanti.  

Il terzo dei ventitré codici liturgici, ugualmente dono di re Carlo II, preziosamente copiatio e miniato nel corso del XIII secolo nell'atelier di Matre Honoré ricorda l'officiatura di ricche celebrazioni liturgiche.

  • Ormai scomparse in nome della santa Spina della Corona proprio nella medesima chiesa dell'Incoronata di Napoli. Quindi l'iniziativa di Giovanna I di dotare quest'ambiente della speciale reliquia niente affatto gli levò prestigio dal precedente dono che Carlo I fece alla basilica di San Nicola di Bari. Il "dono del dono della Spina Corona" alla chiesa fatta costruire per incoronare re suo marito Luigi di Taranto, anche se costui effettivamente restò inabile al potere che diversamente venne gestito da Acciaiuoli, altro non fu che un relativo messaggio di tregua da parte della regina Giavanna I ormai già vedova del suo secondo marito all'aristocrazia che fino a quel momento infatti incoraggiati dalla sua giovanissima età e da un consiglio di reggenza al suo fianco diedero seguito alle proprie arroganti pretese Scongiurata anche la minaccia ungherese subito dopo l'assassinio di Andrea d'Ungheria suo primo marito, non essendo ancor giunto il periodo delle lotte per la successione al trono, insomma, in questo periodo di relativa calma e piena maturità personale ed anche politica di Giovanna I segna l'intenzione della regina di riscattare la propria immagine di degna erede Angioina ed in particolare di re Roberto e la chiesa dell'Incoronata è l'espressione di quest'intezione che acquisterà un'importanza notevole divenendo di fatto al costruzione simbolo della sua sovranità, con un valore accresciuto in rapporto alla pia opera assistenziale di carattere tipicamente angioino che la stessa regina non smise di praticare ed il rapporto con le altre cappelle palatine francesi sul modello della Sainte-Chapelle, operando una pacifica, consolidata e consapevole operazione politica.


Spazio note

(1)Estratto da tesi di dottorato di ricerca in Scienze Archeologiche e Storico-Artistiche XIX ciclo; dottorato di Paola Vitolo su Chiesa di Napoli dell’Incoronata, settore scentifico-disciplinari MIUR Università degli Studi di Napoli Federico II
(2) [(Il 22 settembre 1372 Gregorio XI autorizza i certosini a nominare sacerdoti secolari alla gestione della chiesa-ospedale, affinché non fossero disturbati nella loro clausura (F. Cerasoli, Gregorio XI e Giovanna I, in “Archivio Storico per le Province Napoletane” 23, 1898, p. 685); l’8 ottobre Giovanna I scrive al priore di San Martino Giovanni Grillo da Salerno per l’atto ufficiale di affidamento del complesso all’ordine (ASN, c.r.s., 2170 F2 N. 18; 2169 F5 N. 1(98), menzionato anche in 2167 F3 N. 26 e in 2169 F2 N. 67)]
(3) Le Goff, San Luigi “Archivio Storico per le Province Napoletane”
(4) [(É. Bertaux, Les saint Louis dans l’art italienne, in “Revue de deux mondes”, 158, 1900, pp. 610644.) F. Bologna, Povertà e umiltà: il «San Ludovico» di Simone Martini, in “Studi Storici”, X, 1969, pp. 231-259; Idem, I pittori, cit., pp. 147-177)]
(5) F. De Mély, Reliques de Constantinople, in “Revue de l’Art Chrétien”, X, 1899, pp. 91-103 , 208212, 318-324, 478-490 ; XI, 1900, pp. 102-115, 218-230, 393-409, 491-507, qui X,1899, pp. 482 e 483 ed ancora: Sulla vicenda cfr. G. Cioffari, La Sacra Spina. Il dono di Carlo II d’Angiò e la liturgia parigina in San Nicola, in “Nicolaus. Studi Storici”, XV, 2004, fasc. 2, pp. 5-12