Chiesa Donnaregina Vecchia di Napoli

E' la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia Centro Storico di Napoli1, tra le sezioni di San Carlo all'Arena ed il quartier San Lorenzo. Chiesa gemella di Domina Regina Nuova.

Definita esteticamente funzionale, pregevole esempio di architettura gotica, con l'antichissimo titolo di de Domina Regina, in un insieme ricco di molteplici aspetti culturali con punto focale che conclude la suggestiva spazialità nel trecentesco chiostrino al di qua del muro di testata della cappella ove oggi è l'altare maggiore.

Dal 1977 è sede della Scuola universitaria per il perfezionamento del restauro dei Monumenti.

Nel marzo 2003 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Conferenza Unificata delle Regioni e degli Enti Locali siglano il Patto per l’Arte Contemporanea e nel 2005 la Regione Campania acquista il Palazzo Donnaregina con fondi della Comunità Europea istituendo il polo espositivo d'arte contemporanea conosciuto con la sigla M.A.D.RE in antitesi ai progetti d'esposizione delle grandi realtà museali internazionali.


Storia breve della chiesa di Domina Regina.
 

Con una spiccata linearità delle strutture raccordate in alto dagli archi acuti ed agili bifore tendenti ad affermare l'assoluto dominio degli spazi pieni sui vuoti, la conseguente leggerezza del corpo murario e l'esasperazione dell'altezza ottenuta in rapporto con altre dimensioni accosta alla chiesa, fu eretta nell'area oggi compresa tra la sommità di via Settembrini ed il vallone detto del Carbonario, ove trovarono insediamento i Padri di San Giovanni a Carbonara.

  • Tutto quanto l'impianto chiesastico è di estremo interesse, poichè essa è impegnata dall'interazione, l'inventiva, e l'osservanza di rigorose norme di architettura stabile in equilibrio raggiunto son senza e non prima aver tradotto nella pratica architettonica l'intrigato calcolo secondo cui vengono distribuite le spinte e le controspinte. Gli elementi di supporto che solo all'esterno palesano l'imponenza dei contrafforti furono quindi realizzati secondo pragmatica romanica perdurata fino agli inizi del Trecento. La chiesa, voluta nuovamente eretta e sacra col titolo di Santa Maria, è di fatto la rilevante impresa edilizia promossa dall'anziana regina Maria d'Ungheria, moglie di Carlo II d'Angiò, alias lo Zoppo, già impegnato nelle riedificazione dell'episcopio napoletano sulle vestigia della basilica di Santa Restituta, attribuendo il massimo onore e prestigio alle religiose che, tuttavia, non furono mai il centro risolutore del contesto sacro della chiesa proprio perché obbligate dalla loro severa regola di clausura a restare appartate per tutta la vita. In fase oltremodo avanzata di costruzione addirittura a chiesa ultimata, per l'eccessivo numero delle monache converse, senza alcun'altro accorgimento verosimile, si decise di allungare lo spazio di un'altra campata verso il piano del presbiterio occludendo una delle alte finestre della parete di sinistra, facendo anche completare il muro di riempimento con l'aggiunta di altre scene del ciclo cristologico degli affreschi. La stessa cosa chiaramente visibile nella chiesa del complesso monastico di San Gregorio Armeno, ove il coro venne collocato in alto sovrapposto al profondo pronao dell'unica aula senza turbarne lo spazio già deciso. In Santa Maria di Donnaregina Vecchia diversamente le navate son state studiate per realizzare ulteriore suggestione dalla luce solare che riescono ad attingere, dal piano di orizzontalità e dal presbiterio impostato su un esplicito verticalismo sottolineato da un dilagare della luce solare. Fu anche inserita nel grandioso progetto di riedificazione del nucleo immobiliare partenopeo semidistrutto dal terremoto del 1293 come una chiara espressione delle commistioni di potere sottoposta a mutamenti significativi, atta ad impostare Napoli come capitale del Regno. E nel giro di pochi decenni riuscirono ad edificare nelle aree sottoposte agli immensi interessi costituiti contro le regalità sveve le chiese monumentali di Sant'Eligio al Mercato, Sant'Agrippino a Forcella e San Pietro Martire al Rettifilo e Sant'Agostino alla Zecca, la chiesa di Santa Barbara al Maschio Agnioino, Santa Maria La Nova, San Domenico Maggiore a Spaccanapoli. Fu già nata col titolo di chiesa di San Pietro al Monte dove la promozione della dinastia al potere emerge in tutto il suo splendore, specie nelle vele e nelle tre navate destinate da sempre al pubblico, al quale la sovrana ungherese volle offrire lo spettacolare disegno dei suoi connazionali nelle figure affrescate su un fondo campito di colori di quella stessa nazione, ed ovvero i santi Stefano, Ludovico ed Elisabetta. Rispecchiando la vita sociopolitica dell'Italia in generale nell' VIII secolo, caduta che fu la città di Napoli in una fase orientalizzante, il complesso monastico ospitò le monache basiliane, sostituite in epoca normanna dalle monache dell'Ordine di San Benedetto da Norcia; nel XII secolo e col Ducato napoletano costituitosi alla caduta dell'Impero romano, l'ascesa in tutto il meridione d'Italia delle architetture cassinesi, l'affermazione europea del francescanesimo, la spinta della nuova casa regnante angioina di marcata estrazione guelfa, riproposero la chiesa nuovamente eretta sacra a Santa Maria in Donnaregina offrendo definitivamente esilio alle clarisse francescane nel 1264, assieme al corpo claustrale delle consorelle al Monastero di Santa Chiara VergineNel 1390 il tetto ligneo anticamente installato con la tecnica delle capriate andò perduto in uno spaventoso incendio. Pur tuttavia il cospicuo tetto ligneo realizzato nel '500 che ne modificò radicalmente il piano di copertura, le monache preferirono costruirsi il nuovo tempio del 1620, spuntato attiguo alla chiesa trecentesca dinnanzi al Palazzo del Vescovo in posizione di maggior prestigio, oggi la chiesa di Santa Maria in Donnaregina Nuova sede del Museo Diocesano. Fu poi lasciata in uno squallido abbandono protrattosi anche dopo il 1861, quando, in seguito alla soppressione degli Ordini religiosi fu affidata all'Amministrazione comunale; stessa sorte capitata alla navata di destra della chiesa di San Giorgio Maggiore e la vicinissima chiesa e museo di San Severo al Pendino, anche l'ala conventuale della chiesa di Santa Maria in Donnaregina Vecchia subì enormi manomissioni e troncamenti drastici per l'ampliamento di via Duomo.

Presentazione brevissima della chiesa di Domina Regina.

Lo spazio del presbiterio, straordinariamente non in conflitto con le tre navate perfettamente uguali tra loro in larghezza, lunghezza ed altezza, tese piuttosto a rendere orizzontalità allo spazio che esse stesse occupano, è costituito da due campate totalmente difformi tra loro.

  • Qualcosa di straordinariamente assai simile alla distribuzione dinamica degli interni della chiesa di San Lorenzo Maggiore a via dei Tribunali. Quest'ambiente così come è stato composto oltre al fatto che esorbita dalla spazialità chiesastica canonica per gli archi a doppia ghiera della fronte delle navate rivolte verso l'abside, si ricollega anche alle sale capitolari delle chiese abbaziali di Fossanova del 1208 e di Casamari a Frosinone nel Lazio del 1217. Le due campate della chiesa, di cui solo una risulta quadrangolare e coperta da volta a crociera a quattro vele diversamente dall'altra costruita invece su un ottagono con solo cinque lati effettivamente edificati e sormontati da una copertura polilobata, contribuiscono al dinamismo degli insiemi sul modello delle costruzioni sacre di fabbricazioni francesi del tardo Duecento. Si è così voluto stabilire secondo canoni architettonici impostati dalla mentalità gotica del primo millennio che intese per tutte le chiese d'Europa una costruzione sacra basata sul percorso libero e spaziale variabilmente in tutte e tre le dimensioni con un modulo ripetuto costante e senza che lo sviluppo di esso sia indirizzato dall'ingresso verso la cappella presbiterale con dirittura di maggior risalto verso il centro, affiancato da altre due di minor entità come capita nelle chiese gotiche del Duecento e Trecento europeo e le chiese Transalpine, più frequenti in Germania, dette anche Hallenkirche. Ma questa soluzione non fu data inizialmente per un gusto estetico; l'impressione di quest'insolita spazialità senza un motivo plausibile è, infatti, interrotta bruscamente dal fondato giudizio di dover ricavare spazio sufficiente per poterci alloggiare un coro per le monache senza dover necessariamente interrompere anche il tema compositivo dell'insieme. E questa condizione di spazio apparentemente malamente distribuito conferisce alla chiesa di Santa Maria in Donnaregina Vecchia la strutturazione ottenuta col solo mezzo di metter insieme i tre concetti spaziali di navate, presbiterio e coro delle monache che difficilmente offrono omogeneità e le saldature dei tre spazi restano in vista, anzi, piuttosto sottolineano la distinzione delle singole parti. La zona sottostante al coro è comunque riscattata dal suo ruolo subordinato che rivela un motivo di intrinseco interesse, sia per la brillante soluzione di copertura sia per gli insoliti sostegni ottagonali, più simili al chiostro grande di Santa Chiara che non a quelli del chiostro di San Francesco a Sorrento, mentre invece è evidente in tutta la sua imponenza senza ridursi a semplici colonne questo schema nella chiesa di San Francesco a Santa Croce in Firenze.


Spazio note

 (1) Liberamente estratto da: La *chiesa trecentesca di Donnaregina / Raffaele Mormone. - Napoli : Editoriale scientifica, ?1977??. - 39 p. : ill. ; 20 cm. BNI 797815 Autore Mormone, Raffaele Luogo pubblicazione Napoli Editori Editoriale scientifica Anno pubblicazione 1977