Storia di Via Bendetto Croce

Il legame della primitiva struttura urbana di Via Benedetto Croce, uno dei sette nomi di Spaccanapoli, più noto come la Regio Albinensis, è ricordato ripetutamente dai ritrovamenti di reperti archeologici caratterizzante le età antiche di questa zona di Napoli idealmente collegata a Caponapoli e da questa poi diretta verso l’entroterra della città1.

Si tratta comunque di una delle sette strade più antiche di Napoli, la quarta a dare un nome diverso a Spaccanapoli.

Il fatto poi che sia considerata la strada forse la più antica di Napoli è ipotesi condizionata dalla sua larghezza che rimane costante lungo tutto il suo tracciato, e dai ritrovamenti sotto le fondazioni di palazzo Corigliano, assegnate all’urbanistica ellenica, e dai resti archeologici sotto Santa Chiara altrimenti assegnati in epoche successive e comunque non oltre il II secolo d. C.

Dalle premesse fatte sull’area considerata è possibile ritenere quasi certo che la zona tra San Domenico Maggiore e Piazza del Gesù Nuovo e quindi Via Benedetto Croce si trovi esattamente al di fuori del confine fisico della città greca e arricchitasi di preziosi manufatti solo con l’affermarsi della pax romana e che oggi costituiscono l’eccellente patrimonio immobiliare d’avanzo.


Storia sociopolitca di regno e di Via Benedetto Croce.

Dopo il periodo di fervido splendore della pax romana e durante il quale, il carattere di difesa delle mura greche persero di significato socio politico, si ebbe la riscrittura geografica del settore in cui andava delineandosi sempre più chiaramente quel che si presentò, almeno fino a tutto il Quattrocento, un vero e proprio quartiere termale.

  • Con una nuova configurazione dimensionale ormai del tutto definita più o meno identicamente ad oggi, a partire dall’epoca angioina con gli edifici sacri fondati nel circondario della strada in sequenza temporale talmente stretta da definire questa stessa zona una delle più importanti per la vita politica del Regno. San Domenico Maggiore che apre appunto, via Benedetto Croce da Sud è del 1284, Santa Chiara che ne chiude il settore a Nord è del 1310, ventisei anni appena di differenza per due basiliche di proporzioni gigantesche su appena meno di cinquecento metri di lunghezza l’una dall’altra; San Francesco delle Monache è del 1325 e Santa Marta del 1390, anche queste due chiese, seppur infinitamente più piccole, sono separate l’una dall’altra di meno di cento metri e tutte e due furono praticamente costruite ai piedi della stessa Basilica di Santa Chiara. Il primo settore a nord di Via Benedetto Croce gode visibilmente dell’imponenza del portale d’ingresso al palazzo Filomarino della Rocca, al di là del quale, secondo lo storico Roberto Pane, si apre uno dei più significativi rilievi architettonici di tutta quanta la zona in esame ed ovvero, il suo cortile. Si presenta ampio e porticato tutto in piperno come solo un chiostro di un convento può permettersene, alla pari solo col cortile di palazzo Gravina di Monteoliveto. Tra l’altro questo cortile di sconcertante bellezza, il cortile dei Filomarino, è motivo di ricordare l’uso del piperno in architettura napoletana del Quattrocento in luogo del marmo per la sua approssimazione di prezzo, per la sua facilità d’uso e per l’impiego autonomo del materiale allorquando si trattava di sovrapporre blocchi di piperno più leggeri sui piedritti rispetto ai fusti monolitici del marmo2.

Via Benedetto Croce e le storie dei Capone e dei Filomarino.

Il cortile è stato assegnato all’opera di Francesco Mormando a partire dallo studioso De Dominici e tutti gli altri a seguire.

  • Il portale di ingresso fu invece rifatto dall’architetto Ferdinando Sanfelice. Gli segue immediatamente dopo sulla tirata sinistra della strada in direzione di Forcella, il palazzo Capone, da tutti noto come il palazzo Venezia, e cioè, l’immobile che in realtà deteneva molto più spazio di quel che invece offre oggi; parte del suo giardino in terrapieno, infatti, è stato sottratto per ricavarci gli ambienti moderni dello stesso palazzo dei Filomarino della Rocca3. Dalla facciata di Palazzo Capone a piazza San Domenico corrono in successione sempre sulla sinistra della strada gli elementi di facciata degli immobili di Palazzo Petrucci. Sulla destra di Via Benedetto Croce corre continua la compatta cortina edilizia del palazzo Foglia che la famiglia dei Pinelli fece erigere nel 1544, gli segue il mastodontico portale di palazzo Carafa della Spina, e parte delle cortine edilizie di palazzo Tufarelli, Mazziotti ed il palazzo dei Casacalende, l’ultimo pezzo dell’apparato immobiliare che offre l’aggancio di Via Benedetto Croce alla soluzione urbanistica più moderna di Via Mezzocannone.

Via Benedetto Croce in epoca moderna. 

Durante l’Amministrazione fascista della città Via Benedetto Croce, che all’epoca ancora manteneva il nome di Via Mariano Semmola, fu adeguatamente sottoposta alle attenzioni della Prefettura soprattutto quando questa fu gestita dall’Alto Commissariato di Michele Castelli e di Pietro Baratono.

  • Poiché fu più che noto, il particolare interessamento del duce Mussolini alla figura del filosofo napoletano, Benedetto Croce, pur sostanzialmente non arrivando ad alcun che di fatto.  E' in fatti vero che l’Architettura fascista non avrebbe potuto aver luogo in un ambito di per se stesso già monumentale. Il 4 agosto 1943, in seguito al pesantissimo bombardamento aereo alleato furono distrutti i giardini pensili ed in terrapieno nascosti dalla cortina edilizia dei palazzi e subito dopo il disastroso sisma del 23 novembre 1980. Nel tentativo programmato di riordinare la compagine fisica ed ambientale della strada, a spese dell’allora S.I.P., l’Aman, l’E.N.E.L., e la Napoletanagas, fu previsto uno studio delle composizioni cromatiche culminate in un progetto di bonifica contestualmente all’eliminazione dei manufatti impiantistici abusivi che fino ad allora deturparono l’immagine complessiva della strada già da tempo, chiamata Via Benedetto Croce. Prima del 1992 si raggiunse quel buon grado di configurazione architettonica ed urbanistica della strada a partire dalla corretta configurazione dei vani al piano terra ed una appropriata irregimentazione delle nuove linee impiantistiche progettate per resistere anche ed eventualmente alla reiterata condizione sociale del fenomeno abusivismo.




Spazio note

(1) Ricorda Mele, che la città di Napoli per sua stessa vocazione aspirava al dominio delle acque del golfo poiché solo col pieno controllo delle acque e dei territori che in essa si specchiano potè esser possibile porre un’adeguata politica di scambio delle merci, merci, che però, dovevano in un qualche modo transitare non solo via mare, specie per il grano campano che abbisognava di poter superare il valico di Terra di Lavoro; quindi, aggiunge il Mele, anche il dominio dei territori della piccola valle sotto Secondigliano ed i Ponti Rossi mantenne per tutto il tempo la massima espressione nel suo rapporto col mare A. Mele Le città greche, in Napoli antica, op.cit., pagina 107.
(2) Roberto Pane, Le tre cappelle di Monteoliveto ed i chiostri del Rinascimento, in Storia di Napoli, op. cit., vol. IV, tomo I, pagina 387
(3) Benedetto Croce, Il Palazzo Bisignano, poi Filomarino, in Via trinità Maggiore, in Napoli Nobilissima, Napoli 1921, vol. II, pagina 174