Tunnel Borbonico

E' il tunnel scavato nella collina del Monte Echia a Napoli, opera egregia dell'architetto Enrico Alvino, che l'iniziò senza terminarlo nel 1853 finito per esser usato come primo rifugio anticrollo durante i bombardamenti del 1943

2346 m2 dei 10mila disponibili nella cavità ferdinandea sotto piazza del Plebiscito ed ovvero una dimensione spaziale determinata dalla coesistenza di ambienti enormi e passaggi straordinariamente piccoli privando di fatto questo spazio sotterraneo di un equivalente in superficie e relegandolo altrimenti ad un uso contemporaneo possibile, lasciandolo essenzialmente allo stato di grotta e senza trasformarlo in architettura.


Lo scavo fu interrotto nel 1855 potendosi dirsi avviato con ingresso all'angolo di via Domenico Morelli e per 455 metri è tirato tra diverse sezioni e diversi cambi di quota e direzione fin sotto il palazzo della Prefettura, laddove, è noto, fu praticato un accesso secondario per raggiungere il cosiddetto ricovero della Prefettura ad ogni nuova necessità d'uso.

Alla base della galleria proprio all'altezza dell'ingresso al tunnel lato Chiatamone fu pensato di sottrarre spazio per offrire base per una struttura moderna, un edificio-torre alto 60 metri, che, al di sopra dell'ingresso alla galleria borbonica avrebbe visto l'estensione di un enorme e suggestivo porticato da usarsi come vestibolo.
La torre poi si sarebbe elevata in alto con facce di vetro, oltre le quali, avrebbe illuminato i volumi esterni della volta della galleria nella sua intersezione con la torre. Ma la torre non fu mai costruita, oggi al suo posto è stato installato il porticato degli uffici dell'Istituto Autonomo Case Popolari


Oggi è più chiaro ciò che non sarebbe stato altrimenti nel 1853.

Il percorso del tunnel è stato descritto minutamente dagli speleologi della Napoli Sotterranea nel racconto del 1966.

  • Sua funzione nativa è stata sempre quella di collegare tra di loro palazzo Reale col piazzale antistante la Villa Comunale ed il fronte della nascosta chiesa della Vittoria per poi diramarsi verso il largo Ferrantina a San Pasquale a Chiaia.  Nulla di ciò verrà mai realizzato per le note condizioni di svantaggio che si accumularono per il troppo tempo occorso nel procedere con i lavori di scavo continuamente afflitti dalla natura ostativa del territorio in questo settore si sa occupato da decine e decine di pozzi e cisterne e cunicoli sotterranei tutti conducenti o provenienti dall'acquedotto della Bolla. Ma non solo impedimenti fisici. Ad interrompere lo scavo che di fatto lasciò il tunnel senza uscita fu soprattutto la defezione politica della famiglia Borbone per l'avvento dell'Unità d'Italia e la nuova ragione politica del Paese d'esser repubblicanoLa dimensione storica della città di Napoli in relazione agli sconvolgimenti politici che stavano capitando in Europa tra il 1845 ed il 1866 chiarisce il motivo unico che ha giustificato l'idea di un tunnel sotterraneo; forti dell'esperienza tragica dei moti di libertà scoppiati a Napoli nel 1848 e preoccupati per le paventate minacce repubblicane che si sarebbero realizzate poi in tutto il Paese nel 1861, Ferdinando IV di Borbone il 19 febbraio del 1853 firmò il decreto ufficiale per lo scavo del tunnel che avrebbe dovuto garantire il percorso attraverso la montagna del Corpo Cavalleggeri dal borgo di San Pasquale a Chiaia fino a Palazzo Reale indi prelevare le maestà loro e tutto il seguito, rifare il tragitto inverso e raggiungere un luogo più sicuro se in città si fossero nuovamente alzate delle barricate. Al tunnel furono pensati diversi ingressi occorrenti all'uso di fuga dai diversi siti reali a seconda di dove si sarebbe trovato al momento sua maestà. Gli ingressi speculari al tunnel furono inizialmente tenuti nascosti alla popolazione data la considerevole importanza che rivestì per lungo tempo la sua ragione di segretezza, ma, allorquando cessò questa condizione e se ne rese pubblica l'esatta posizione, nel frattempo di ingressi al tunnel ne furono creati di altri in altri punti della zona. Essenzialmente esso è però tirato dritto a partire dallo storico incrocio tra via Domenico Morelli e via del Chiatamone nella direzione del largo Ferrantina a San Pasquale a Chiaia con una diramazione seppur breve verso il fronte della Villa Comunale all'altezza della nascosta chiesa della Vittoria. All'epoca della progettazione del tunnel borbonico non esisteva via Partenope, non esisteva via Domenico Morelli e neppure la Galleria della Vittoria. Tra palazzo Reale a piazza del Plebiscito e il borgo della Cavallerizza c'è di mezzo il monte Echia e con esso il quartiere terrazzato del pallonetto a Santa Lucia e qualche cosa di Pizzofalcone. La montagna detta Monte Echia prima dell'epoca in cui fu costruito il tunnel e comunque molto prima del 1901 era superabile solo da via Santa Lucia al Mare con svincolo su via Chiatamone, oppure via Chiaia con svincolo via Calabritto, o altrimenti, via Cesario Console con imbocco piccolo nel borghetto di Cappella Vecchia, con uscita ripida e molto accidentata sull'attuale via Domenico Morelli.

Il tunnel avrebbe garantito un percorso di fuga facile per i reali senza dislivelli di sorta.

Laddove oggi si presenta il mastodontico palazzo dell'Istituto Autonomo Case Popolari, l'architetto Alvino progettò di aggredire la costola della montagna.

  •  E pensò di farlo per denudarne la parete tufacea e penetrarla con tanto di ingresso che fu così iniziato da due gallerie tutt'oggi esistenti che scorrono sotto il monte per circa 84 metri correndo tra loro parallele e finire entrambe all'interno della cava Carafa, pur mantenendo l'andamento ancora lineare per 45 metri dentro la cava stessa. Poi abbandonando l'antro proseguono nel duro della roccia tufacea tirando dritte per ulteriori 74 metri, oltre i quali, essendosi ridotte di dimensioni realizzano un unico tunnel e fissano il limite dei 203 metri di scavo nella roccia dall'ingresso principale. A quel punto l'andamento del tunnel è superiore al 2,6% della pendenza iniziale, portandosi quindi a quota 10,80 metri dal livello del mare, allineandosi con l'esatta ubicazione delle cisterne dell'acquedotto della Bolla, che l'incontra trasversalmente, pur tuttavia, superandolo brillantemente grazie all'opera ingegnosa di archi e di ponti che con le cisterne e l'acqua raccolta convivono pur senza interferirne. Al 30esimo metro di scavo dentro la roccia subito dopo aver abbandonato la cava Carafa la sezione del tunnel è già ridotta a 2x3, avendo in quel punto preciso già totalizzato 337 metri di lunghezza complessiva dall'imbocco del Chiatamone superando sopra di sé Santa Maria a Cappella Vecchia, via Monte di Dio e via Egiziaca a Pizzofalcone; ed è proprio all'altezza di quest’ultima strada, via Egiziaca a Pizzofalcone che il tunnel riduce ulteriormente il volume complessivo del condotto arrivando a misurare un metro per due e pareti intonacate di muratura. Subito dopo, più o meno all'altezza in superficie di piazzetta Carolina e quindi con cambio sezione su per via Gennaro Serra il tunnel riprende le dimensioni originarie della seconda sezione raggiungendo la lunghezza di 455 metri dall'ingresso del Chiatamone.