Zona San Gregorio Armeno Napoli

Deve intendersi per zona di San Gregorio Armeno a Spaccanapoli1 il settore del Centro Storico di Napoli stretto tra la zona Nilo, San Gaetano da Thiene, il percorso mediano di San Biagio de' Librai, il Pendino superiore e le prime propaggini di Forcella. Cuore insediativo della zona è via San Gregorio Armeno, sui quali sono prospiscienti oltre che al famosissimo cavalcavia, anche gli antichissimi manufatti monasteriali di San Pantaleone e la diaconia di San Gennaro all'Olmo.

San Gregorio Armeno corrisponde oggi a tutta quella zona occupata da edilizia immobiliare antica e moderna costruita nei tempi e nei luoghi relativi alla pendenza artificiale che è andata colmandosi di volta in volta su quanto oggi resta di sommerso dell'impianto urbano di Neapolis.

Relativamente a questo comparto quindi va ricordato il presunto santuario napoletano dedicato alla dea Cerere, sui quali resti, sembra siano state poste le fondazioni dell'omonimo complesso monastico che domina per intero tutto il comparto nelle vesti ufficiali del potere centrale della Chiesa di Roma sopraggiunta ad investire le monache, allora Benedettine, del diritto di prelazione su quanto lasciato in stato di abbandono dall'ultima legione romana di stanza a Napoli.


Per definizione la zona comprende in altezza e larghezza tutto ciò che gira attorno al vico Maffei.

Lasciando fuori dal perimetro piazzetta San Gaetano e la basilica di San Lorenzo Maggiore, ed in esso deve altrimenti esser compreso l'edificio dell'ex Istituto Filangieri.

  •    E di lì poi il raccordo col vico San Nicola al Nilo assieme a tutto ciò che ne segue nella sua direzione a sud fino all'uscita su via San Biagio de' Librai, e da quel punto comprende le case di proprietà del Mormanno, la cappella del Monte di Pietà, fino allo slargo che sta all'incrocio con via San Gregorio, testa dell'insula gregoriana totalmente acquisita dalle monache per attuare il consolidamento strutturale del monastero nel Seicento.  Il vico della Luciella, un tempo detto vico della Campana, o anche vico dei Puderuchi e la basiliche di San Biagio e San Gennaro all'Olmo rientrano nel perimetro della zona di San Gregorio.Più di tutto però va segnalata la condizione della zona sistemata così come la si osserva oggi solo all'indomani della rasata al suolo del piano superiore di un edificio vicereale che non esiste più e di cui i resti furono scoperti durante lo scavo nel cortile dell'ex Istituto Filangieri. Manufatto ancora oggi nelle mani di esperti storici del settore per un'attribuzione rimasta incerta e, da supposizioni di studio indicate dal professor, Aldo Pinto, si dice esser stato di proprietà Cesare Caracciolo e non giammai come creduto della famiglia Scaglione2. Ed ovvero quel periodo napoletano di fine impero che vide realizzarsi il processo di rinnovo urbano del comparto sotto San Gaetano a Napoli portando significativamente il piano di calpestio all'altezza attuale dello stesso chiostro del monastero di San Gregorio. Ed infatti, durante le azioni di scavo condotto presso il cortile dell'edificio si evidenziarono realizzazioni di nuovi ambienti sorti in un momento di poco successivo alla colmata dei piani inferiori del palazzo di cui si è fatto cenno sopra. La zona nella sua espansione urbana secondo la conformazione attuale è già visibile sulla pianta del francese Lafrery del 1566, provvedutamente riportata più o meno identica anche sulla veduta Baratta del 1629 e leggibile con chiarezza anche sul documento topografico del duca di Noja del 1755, laddove, anche via della Campana, oggi il vicoletto di Santa Luciella, risulta costeggiare la chiesa di San Gregorio non ancora correttamente riportata su carta secondo l'ampliamento cinquecentesco del monastero che ingloberà per sempre ciò che resta dell'edificio vicereale sul suo fianco occidentale3. L'isolato della zona che sta tra l'imbocco di vico della Luciella e l'altro imbocco al vico San Nicola al Nilo, un tempo detto anche vico dei Sangri ed anche vico de' Muscettoli, mostra il fronte principale del palazzo che fu sede del Banco del Salvatore, dal 1652 al 1699, non prima però di avervi ospitato i membri della potentissima famiglia degli Spinelli marchesi di Fuscaldo e principi di San Giorgio, in loco attestato già da prima del 1524 ed anche oltre il 1640. Lo stabile fu ceduto alla proprietà alla nota famiglia di Gennaro e Sanchez de Luna all'indomani del trasferimento del Banco del Salvatore presso la sede di piazza San Domenico Maggiore. A tutta destra del palazzo ancora si conserva intatta una bifora gotica, ovvero la primitiva configurazione dell'antica cappella dedicata a Santa Lucia, detta anche Cappella di Santa Lucia e dei Geminiani, o anche Cappella dei Molinari, fondata da Bartolomeo de Capua nel 1327, seminascosta da un palazzo di modesta architettura ivi fondato in epoche più recenti. È storia dell'arte oltre che di urbanistica che, appresso alla cappella di Santa Lucia, vi fu fino alla fine del Settecento poi murato, uno stanzino dato in fitto dal Tribunale della Fortificazione ai maestri marmorari Domenico Moisè e Dionisio Lazzari, quest'ultimo a quel tempo impegnato ad ultimare lavori che gli furono commessi per il cantiere al Monacone della Sanità, la Cappella dell'Assunta ai Girolamini ed il fronte di facciata del palazzo Firrao a Costantinopoli. Purtroppo questo stanzino sorgeva ai piedi del mastodontico muro di contenimento del monastero di San Gregorio4 e per tanto fu motivo di una lite acerrima tra le stesse monache ed il rettore della cappella di Santa Lucia, che pare volesse raggiungere proprio quello stanzino per farci, quella che lui usò definire, un luogo di sacrestia più grande5. La lite come non sarebbe potuto andare diversamente, durò parecchi anni, e sembra che avesse avuta una prima definizione già nel 1671, con un autorevole intervento dell'architetto maggiore del regno, Francesco Antonio Picchiatti, ragionevolmente favorevole per una complessiva espansione della cappella e quindi sul riuso dello stanzino come sacrestia della citata cappelluccia. Ma nel 1688 le monache ricombinarono tutto nuovamente e la lite riprese il suo corso. Tutto questo ad indicar semplicemente che laddove oggi si incontrano via San Gregorio Armeno con via San Biagio de' Librai, all'epoca della prima definizione del comparto urbano di San Gregorio lo slargo che oggi esiste era occupato da una casa poi buttata a terra per procurare alle monache un secondo ingresso al monastero alternativo a quello in uso ancora oggi su vico Maffei6. A proposito del quale, sui documenti della ricerca didattica universitaria, si fa presente l'errore commesso da Salvatore Di Liello, circa l'attribuzione del portale di ingresso al monastero su vico Maffei data al Cavagna7.

Le acquisizioni di proprietà del Monastero nel suo progetto di espansione su tutta quanta la zona.

Nel Cinquecento, Seicento e Settecento il monastero di San Gregorio, per soli 5mila ducati8 acquisterà palazzi e proprietà appartenuti a cinque nobilissime e potentissime famiglie napoletane e non.

  •  Tra i quali spicca per notevole importanza l'acquisizione dell'immobile di proprietà della famiglia Scaglione che lo tenne legato a strumento per tutto il Cinquecento alla fine del qual secolo lo cedette in enfiteusi a Cesare Caracciolo. A sua volta costui avendo per l'appunto affrancato il censo, a morte sua, il palazzo passò al figlio Luigi, che, a far data, 17 aprile 1630 lo vendette definitivamente alle monache del monastero. A presso a questo palazzo, nella direzione di via Tribunali, pur mantenendo l'accesso sul vico San Nicola al Nilo, vi era l'edificio che ospitava i rampolli del casato dei De Sangro, nella persona di Placido, marchese di San Lucido e di suo fratello Geronimo che dividette internamente la casa palazziata costituendola domus magna9. Mentre invece nella direzione del sud appresso alla già citata casa palazziata dei Caracciolo vi erano altre due abitazioni entrambe cadute nelle acquisizioni di proprietà del monastero; il 21 novembre del 1630 venne acquistata la residenza di Cesare d'Aquino, principe di Castiglione, ed il 17 aprile del 1632 quella di Prospero Pisano, barone di Pascarola, ovvero, la medesima persona che in parte acquistò un aggregato di altre piccole case che poi vennero puntualmente inglobate nelle proprietà del monastero, la sera dell'8 aprile del 1636. Di costui si contano altre proprietà in zona. Un basso in vico Luciella, abitato per tanto tempo da un tale Tramontano, ed altre tre case poco più appresso ed infine, un'ultima casa dirutam que ad presens construitur10;furono queste piccole abitazioni ricadenti nelle proprietà Cesare Carmignano11, abitazioni tutte quante tra loro collegate in forma di palazzo. Il quale merita una brevissima digressione per la quanto mai curiosa condizione che accompagnò lentamente quanto inevitabilmente e progressivamente la cessione del medesimo al complesso monastico. Il palazzo infatti nel 1573 ancora apparteneva al suo principe, Ottavio Poderico, nobile della Piazza di Montagna, nonché sindaco della stessa città di Napoli, il quale, a gennaio di quello stesso anno diede avvio ai lavori di miglioramenti ed abbellimenti della casa, coinvolgendo nei lavori il maestro muratore Giovan Battista Passaro, i pittori Battista Santillo e Geronimo Imparato, il masetro piperniere Paolo Saggese, non un caso che costui partecipò anche alle installazioni di piperno presso i palazzi di Via Vergini. Ed ancora, le figure professionali di quell'epoca nelle persone di Antonio Di Gioia come maestro ferraro, e Bartolomeo Fiorentino come maestro matonatore ed un giardino, si ricorda, tutto impreziosito di teste di citragnoli, una loggia tutta dipinta e l'ingegneria idraulica sotterranea per rifornire d'acqua le fontane disegnate e realizzate da Pietro Sales. Solo che nel 1599 questo palazzo era già nella disponibilità del conte di Martorano Cesate d'Aquino, poi divenuto principe di Castiglione all'indomani della dipartita del padre morto. Per chiudere, all'interno della chiesa di San Gregorio Armeno, vi si trova una cappella inizialmente denominata, Cappella Santa Maria delle Grazie e poi quindi, a partire dal 1635 fu rinominata cappella Sant'Antonio de' Pisani, in quanto ad un membro facoltoso della casata Pisani fu concesso il patronato della cappella medesima in cambio di una cessione delle proprietà del beneficiario. La presenza della famiglia Pisani nella lunga sequela sulle acquisizioni testamentarie del monastero in grado di ampliarsi oltre il muro di clausura è documentata già dal 1575, tra i quali, da citare, Giannantonio Pisani, medico, filosofo, nonché precettore ed educatore di Giovan Battista della Porta. A Giannantonio Pisani successe nella casata e soprattutto nella gestione delle case il figlio Ottavio, un matematico ed astronomo, più interessato agli studi ed alla ricerca e quindi rinunciatario, concesse tutti i beni ricevuti in eredità al fratello Ferdinando, papà di quel Prospero Pisani di cui si è fatto cenno sopra.


Patrimonio immobiliare della zona di San Gregorio Armeno.



 Monastero di San Gregorio Armeno  Via San Gregorio Armeno 
 San Gennaro all'Olmo  Palazzo dell'Imperatore
 Palazzo Minico De Palma  Palazzo Guasco Donadio
 Palazzo D'Apice  Palazzo De Capua conte di Altavilla 
 La Domus Magna  Casa dei Polverini
 


Spazio note

 (1) Liberamente estratto dal testo citato a questa nota.
 (2) Aldo Pinto, architetto specializzato in Restauro dei Monumenti, già Coordinatore del Servizio Tecnico dell’Università Federico II. In oltre quaranta anni di attività è stato responsabile di molti lavori di restauro di edifici universitari ed autore di vari contributi in volumi relativi al patrimonio architettonico dell’Ateneo Fridericiano (Il restauro della sede del Dipartimento di Diritto Romano e Storia della Scienza Romanistica nel complesso del Salvatore, Napoli 1990; L’aula magna della Federico II - Storia e restauro, 1998; Il complesso di San Marcellino Storia e Restauro, 2000; Il Patrimonio architettonico dell’Ateneo Fridericiano, 2004; Sant’Antoniello a Port’Alba. Storia - Arte - Restauro, 2009). 
 (3) Franco Strazzullo, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ’500 al ’700, (seconda edizione), Napoli 1995, 200-201 (con bibl. precedente). Per le fasi edilizie del monastero, con discussione sulla natura e sulla cronologia delle varie tappe dei lavori, cf. Gaetana Cantone, Restauro di S. Gregorio Armeno- Convento e chiesa: aspetti storico-urbanistici, Relazione tecnica per il progetto di restauro, Napoli 1993. In tale relazione, la data dell’inglobamento di vico della Campana, sulla base della lettura dei documenti, è posta nel 1638 o in alternativa nel 1644. Per tali problematiche si rimanda inoltre al contributo di Aldo Pinto, Storia delle trasformazioni urbane dell’area degli antichi monasteri di S. Gregorio Armeno e di S. Pantaleone.
 (4) ASNa, Monasteri soppressi, 1737, 7; ASDN, Vicario delle Monache, 171.
 (5) «Il Monastero … ben recinto, e racchiuso dalle sue claustrali mura … di pianta, e figura quasiche quadrilatera regolare a tre poi delle sudette mura, e porzione del quarto, vi confinano presentemente ed attaccano quattro publiche strade ben note ad ogn’uno, alla d.a rimanente porzione del quarto muro, che sarebbe quello sulla volta di mezzo giorno, s’attaccava anche strada, o sia vicolo, che principiava da quello di S. Niccolò à nido, ed usciva à quello della porta piccola della Vnle Chiesa di d.o Mon.o venendo allora d.o Mon.o e sua chiesa, ad esser isolato, come quello che tutto circondato da pubbliche strade, non da gran tempo poi detto vicolo s’occupò da fabriche, porzione in benefizio dell’istesso Mon.o, avendoci fatto magazeni per affitto, porzione in benefizio della Casa de Sig.re di Gennaro, e finalmente della Chiesa, o’ sia Cappella di S. Lucia e Geminiani, detta de Molinari di questa città, onde attaccano oggi a d.o muro claustrale fabriche d’esso Mon.ro, de sudd.i di Gennaro e di detta Cappella, quantunque le sudette, matte, e di semplice primo piano …». ASNa, Monasteri soppressi, 3425, 580r-v. Il volume risale a circa l’anno 1735.
 (6) Cf. ASNa, Monasteri soppressi, 3452.
 (7) Salvatore Di Liello nel volume, a pag. 135-136, Giovan Battista Cavagna. Un architetto pittore fra classicismo e sintetismo tridentino, Napoli 2012
 (8) ASNa, not. Giulio Avonola, sch. 819/24, 60v
 (9) ASNa, not. Giulio Avonola, sch. 819/24, 74r.
(10) Cf. ASNa, Processi antichi, Pandette corrente, fasc. 1742, inc. 11035, 12-13; Franco Strazzullo, Edilizia e Urbanistica a Napoli dal ’500 al ’700.
 (11) «… D. Antonio Carmignano Equite, et sacerdote Neapolitano … ex una parte … R.da D. Beatrice de summa Abba … ex parte altera. Prefatus vero D. Antonius … habere … quasdam domos in pluribus, et diversis membris consistentes, sitas et positas in hac civitate neap. et proprie in vico vulgo nuncupato delli Sangri, iuxta bona Montis Dominorum de Muscettola, viam publicam, et alios confines …». ASNa, not. Giulio de Avonola, sch. 819/28, 57.Napoli 1968, 182-183.