I quattro capitelli di San Gregorio

Nel chiostro di San Gregorio Armeno a Spaccanapoli vi sono elementi architettonici tipici dell'età classica1 tutti ritrovati durante gli ampliamenti del monastero di San Gregorio nel Cinquecento, così come accertato dalle note di pagamento ai maestri tagliamonti di quel secolo.
Tutto è stato riportato nel Libro oggi in custodia al fondo Monasteri Soppressi presso l'Archivio di Stato di Napoli ed assegnati alle spolia minori della Regio Augustalis, databili tutti tra il I ed il IV secolo d.C.2

In relazione alla didattica universitaria attiva in questo comparto urbano essi sarebbero il segno certo del perduto tempio sacro alla dea Cerere, scomparso in seguito alle vicende di espansione edilizia proprio di San Gregorio nel Cinquecento.

Gli elementi anzidetti sono: quattro capitelli, uno di stile corinzio, un altro corinzieggiante, e due di stile corinzio-asiatico, due piccole colonne frammentarie e due basi di colonna d'architettura attica.

Stanno tutti quanti sistemati in una stanza recuperata nell'area delle cisterne del Seicento, a ridosso dell'ambulacro meridionale dello stesso chiostro, laddove sono stati posti in bella mostra anche i due sarcofagi, che occupano il settore superficiale del sottostante comunichino. Solo i due capitelli stile corinzio-asiatico occupano rispettivamente due diverse posizioni; uno dei due giace capovolto su di una base estratta da un pezzo di piperno, sistemato quest'ultimo nella punta orientale dell'esedra del Settecento. L'altro capitello è in mostra pressocchè perenne nella camera della badessa. Vi si aggiunge a questi elementi una base attica collocata da sempre nell'ambiente sotto l'ambulacro ad occidente del chiostro, sul quale, è stato rilevato il frustulo di mosaico in microscopici tasselli dipinti di bianco e di nero, alla maniera dei pezzi di Pompei.


I pezzi di cui si tratta furono in qualche caso usati come acquasantiere.

Il capitello corinzio ad esempio, presenta dei vuoti d'ombra di forma mediamente ovale ed allungata che centrano in pieno un'agile nervatura mediana.

  • Mentre dentro è stato svuotato della massa marmorea per ben 14 cm di profondità per cavarci una forma di vaschetta semicircolare con un buco al lato per il deflusso d'acqua: un'acquasantiera, vera e propria. Del suo aspetto decorativo di tipo primario, ovvero, lo stile corinzio-occidentale conserva ancora intatte le foglie d'acanto molle, incise sulla base del kalathos a fasci di fogliette lanceolate. Sembrano del tutto sparite dalle manomissioni i cauli svettanti tra le foglie dell'ordine superiore. L'oggetto può dirsi proveniente da ambienti canonici della tarda età augustea e giulio-claudia diffusi in contesti sia campani che laziali3. Un altro capitello con simili fattezze, ma molto più deteriorato dalle manomissioni oggi si trova su fusto di colonna granitica e riutilizzato come piedritto angolare nel palazzo che spigola tra via San Biagio de' Librai e vico Figurari4. Anche qui come nel caso dell'oggetto conservato presso il chiostro si osservano sull'unico lato del capitello lasciato libero dalle obliterazioni e seppur minimamente ”punte delle foglie d'acanto molli tipiche dell'età corinzia di fare scultura capitellare”. Ed anche in questo caso di riconosce la canaletta per il deflusso d'acqua, segno che il capitello ebbe analoga funzione d'acquasantiera. Ci si attarda più del solito nella descrizione dei capitelli ritrovati in questa zona per precisare la diffusione antica di corinzieggiare nella produzione di capitelli per ornamenti templari; lo si nota sopratutto dalla smania di motivare ogni volta e sempre diversamente il centro del kalathos, che, nel caso del pezzo di via San Biagio, angolo vico Figurari, ricorre nella categoria dei capitelli ornati dal moltivo a lira5. Il suo ornamento è molto armonioso seppur inciso con freddezza, alla maniera delle produzioni ostiensi del II secolo d.C.6, come riferito dalle ricerche romane di Patrizio Pensabene, e con la qual ornamentazione, si è voluto rendere l'idea dell'incontro di due viticci spiraliformi, sembra, aventi origine da una base mossa da un ammasso di foglie acantacee, laddove, nonostante il movimento del fogliame, si distingue nettamente la presenza di forellini da trapano. Pare nell'osservare bene l'ornamentazione che i viticci sono stretti ai fianchi da fascette doppie usate come veri e propri collarini, che, a loro volta, trattengono lo sbocciar di fiori a quattro petali di forma ovoidale ed un bottone sembra messo lì a far da bulbo. Tra i viticci, due calici, uno chiuso e desinente e l'altro semichiuso alimentano lo sbocciar dell'essenza dell'abaco.

Gli altri due capitelli del chiostro di San Gregorio Armeno sono di stile corinzio asiatico.

E cioè di origine orientale ma ampiamente diffusi quasi industrializzati solo in Occidente e con una netta riduzione degli elementi della decorazione appartenenti al mondo vegetale7.

  • Capitelli dello stile corinzio asiatico, che ebbero origine produttiva in ambito laziale, ma con numerosissimi casi di reimpiego anche nella regione Campania8 si segnalano presso la basilica dei Minori Convenuali di San Lorenzo Maggiore a San Gaetano, e presso la basilica di Santa Restituta al duomo di Napoli7. In luogo di una scelta di decorazione più geometrica, il primo dei due capitelli di San Gregorio, in riferimento all'esemplare sistemato presso l'esedra del Settecento, esso ha avuto un passato d'uso come mortaio. Prima di questo utilizzo incauto, il pezzo presentava una decorazione primitiva composta da una sovrapposizione di corone d'acanto spinoso, al centro del quale, su due delle quattro facce veniva collocata un'ulteriore materia acatizzante o, piuttosto, del querciame. Le foglie del primo ordine, scalpellate ed abrase, appena appena si scorgono per il loro profilo a lobi contigui separati, e le volute angolari son state obliterate per crearci una sorta di tavoletta per reggere l'arco che da esso vi sarebbe sorto. L'altro capitello, quello collocato presso il salottino della madre Badessa, attribuito ad una batteria di altri capitelli datati tutti III e IV secolo d.C., di marmo bianco e venature grigie, è l'unico dei pezzi di San Gregorio che mostra integra la decorazione antica e sembra, che nella sua storia, non abbia mai svolto funzione impropria se non solo quella di esser ostentato come segno distintivo, come di un pezzo di potere acquisito sulle anticaglie cinquecentesche proprie della regio augustalis. La metà inferiore della base è occupata dall'unica corona di foglie d'acanto ed i lobi, chiusi attorno alla nervatura del centro, desinenti in fogliette appuntite, 4 nei lobi del centro e 3 in quelli nella zona sottostante, quasi si sfiorano, generando nel tocco infinitesimo, una serie di figure geometriche con tendenza ad ascendere. Dal basso verso l'alto quindi una figura di rombo apre ad un rettangolo e questo a sua volta dà il via ad un'altra figura di rombo. Tra le forme dell'acanto sbucano tozzi di caulicoli a sezione angolare, oltre i quali, calicetti, da cui si generano elici nastriformi, sbocciano amabilmente disegnando una silhouette a losanga. Infine, dei fiori dell'abaco non ne restano che mute tracce, le sole che descrivono il presentarsi dei fiori nella loro forma originaria come sole infiorescenze carnose prive del solito gambo9. Nel territorio propriamente della regione Campania vi sarebbe un altro capitello con simili fattezze, localizzato da Marianna Pollio presso la basilica di San Felice a Cimitile sotto Baiano, e di un altro esemplare più o meno simile del IV secolo d.C., in un luogo non meglio precisato del salernitano10.

Le due basi attiche presenti nel chiostro di San Gregorio Armeno.

Sono i due pezzi che mostrano similitudini con i capitelli riutilizzati, specie nella modanatura scoziese che separa amabilmente i due tori presenti nell'alto plinto quadrangolare.

  • Diversi però dagli anzidetti capitelli solo per dimensione ed età cronologica, la prima delle due basi sta ferma da secoli nei sotterranei di San Gregorio, di marmo bianco è quasi del tutto aggredita dalle incrostazioni e dall'umidità. Filippo Demma, dalle sue ricerche e da altre condotte da altri studiosi di archeologia determina che l'altezza del toro, pari al doppio della misura del listello che segna i confini con la scozia sottostante, suggerirebbe la quasi certezza della provenienza flegrea del pezzo, e di datarlo senza altro equivoco di sorta, al I o al massimo II secolo d.C.11 Ed è sempre Filippo Demma che indica la provenienza, questa volta puteolana con precisione, per la seconda base attica del chiostro, conservata nello stanzino che dà direttamente sul portico meridionale nel medesimo ambiente. È più piccola della prima base e l'altezza del toro coincidente quasi esattamente con quella del vicino listello della scozia lo confronterebbe con altri pezzi provenienti da Pozzuoli, II secolo d.C. Assieme alle due basi attiche nel chiostro son presenti anche pezzi di minore importanza comunque studiati dalla ricerca e da questa segnalati. Son essi: un frammento di fusto di colonna liscia in granito color piperno chiarissimo, incassato a muro, in un vano appositamente disegnato per contenerla, mostra ancora intatto il sommoscapo e sul corpo colonnare si osservano tracce di combustione ed incisioni estranee all'architettura di base della colonna. Vi è pure una colonnina tortile di marmo bianco, seconda metà del II secolo d.C., un elemento architettonico considerato decorativo piuttosto che struttivo ed con prime applicazioni occidentali localizzate in esempi paradigmatici della Porta dei Leoni e porta Borsari a Verona; questa di San Gregorio anch'essa è stata estratta da una serie di elementi dell'architettura della Roma d'Oriente, ampiamente studiata dall'archeologia in quanto molto diffuse per arricchire i prospetti dei templi, ed i frontescena dei teatri12 durante l'età alto medioevale. Questo tipo di colonna tortile suggerisce agli studiosi di attribuire alla medesima provenienza anche la colonna tipologicamente affine alloggiata presso l'atrio svevo della vicinissima basilica di San Lorenzo Maggiore.


Spazio note

(1) Liberamente estratto dal testo citato a questa nota.
(2) ASNa, Monasteri soppressi, 3348bis, 142t (2 agosto 1575). Vedasi anche: ASNa, Monasteri soppressi, 3348bis, 107r (21 gennaio 1576): «a m.o. Sabatino tagliamonte per tre giornate poste in tagliar le muraglie vechie dela cantina sotto refettorio dove se trovorno certe colonne di marmo». Vedasi anche: ASNa, Monasteri soppressi, 3348bis, 83r (28 febbraio 1576): «per allogatura d’uno insarto per scendere le colonne de marmo dal campanile e un’altra volta con li barricelli e taglie per tirar le colonne dala cantina»?
(3) Cf. Hayo Heinrich, Subtilitas novarum scalpturarum. Untersuchungen zur Ornamentik marmorner Bauglieder der späten Republik und frühen Kaiserzeit in Campanien, München 2002, 68, n° K24 (Pompei, portico di Eumachia).
(4) Enrica Pozzi (a cura di), Napoli antica, Catalogo della Mostra, (Napoli, 26 settembre 1985-15 aprile 1986), Napoli 1985, 185-195. 476, tav. 7, n° 103;
(5) Sulla classe dei capitelli corinzieggianti, si vedano: Konstantin Ronczewski, Variantes des chapiteaux romains, «Acta Universitatis Latviensis» 8 (1923), 115-174; Id., Römische Kapitelle mit pflanzlichen Voluten, «Archäologischer Anzeiger» (1931), 2-102; Ulrich-Walter Gans, Korinthisierende Kapitelle der römischen Kaiserzeit. Schmuckkapitelle in Italien und den nordwestlichen Provinzen, Köln 1992.
(6) Cf. Patrizio Pensabene, Scavi di Ostia VII. I capitelli, Roma 1973, 56-58, cat. nn. 214-220. 139, cat. nn. 559, 561.
(7) Su questa categoria di capitelli, si vedano in particolare: Pensabene, Scavi cit., 94-106, 235-238; Id., La decorazione architettonica, l’impiego del marmo e l’importazione di manufatti orientali a Roma, in Italia e in Africa, in Società romana e impero tardoantico. III. Le merci, gli insediamenti, Bari 1986, 306-319.
(8) Patrizio Pensabene, Nota sul reimpiego e il recupero dell’antico in Puglia e Campania tra V e IX secolo, in Marcello Rotili (a cura di), Incontri di popoli e culture tra V e IX secolo. Atti delle V Giornate di studio sull’età romanobarbarica (Benevento, 9-11 giugno 1997), Napoli 1998, 199-203.
(9) Patrizio Pensabene, Marmi e reimpiego nel santuario di S. Felice a Cimitile, in Hugo Brandenburg, Letizia Ermini Pani (a cura di), Cimitile e Paolino di Nola. La tomba di S. Felice e il centro di pellegrinaggio. Trent’anni di ricerche, Atti della giornata tematica dei Seminari di Archeologia Cristiana (École Française de Rome, 9 marzo 2000), Città del Vaticano 2003, 212, 217, tav. XI.4.
(10) Marianna Pollio, Il reimpiego del materiale architettonico in marmo nella Salerno medievale, «Apollo. Bollettino dei Musei Provinciali del Salernitano» 19 (2003), 44-45, n° 16 (Salerno, chiesa di Santa Maria de Lama).
(11) Filippo Demma, Monumenti pubblici di Puteoli. Per un’archeologia dell’architettura, Roma 2007, 326, cat. nn. 406-408 (Tipo 2).
(12) Una sintetica rassegna di casi è in Manuela Fano Santi, La colonna tortile nell’architettura di età romana, «Rivista di Archeologia» 17 (1993), 75-76.