I sarcofagi di San Gregorio

Appartenenti alle spolia minori della Regio Augustalis, cuore insediativo della zona Nilo a Napoli sono: la Sacerdotessa sotto al campanile del Monastero, al numero civico, 14 di via San Gregorioi capitelli corinzi e corinzieggianti ed i due sepolcri che orbitano attorno alla cappella dell'Idria nel chiostro di San Gregorio Armeno1.

Tutti gli elementi architettonici, compresi i sepolcri antichi vennero alla luce in seguito ai lavori di scavo iniziati alla fine del Cinquecento per l'ampliamento del complesso monastico.

La didattica universitaria quindi li colloca nel novero delle anticaglie che solitamente si ritrovavano e proprio come anticaglie venivano reimpiegate per la medesima funzione funebre onde impreziosire i sarcofagi dei defunti di nobile schiatta sepolti nelle chiese delle epoche successive. Ne sono un esempio le tombe di Gregorio VII ed un membro della famiglia Santomango collocati all'interno della cattedrale di Salerno2.

Anche se attribuiti non con esattezza certa a zone dell'Italia della prima età imperiale, comunque i reperti del chiostro di San Gregorio riguardano prettamente la sfera cultuale greco-romana, più precisamente ambiente di culto dionisiaco, accertando quindi che questi ritrovamenti siano il segno di quella mentalità antica che caratterizzò la funzione funebre con sacrificio e spremitura di vino. Ed in conclusione, tutta la repertistica sarebbe del tempo dell'imperatore Augusto o al massimo in età giulio-claudia3 facendo quindi ripiombare la questione della presenza in loco di un antico perduto tempio sacro a Cerere molto prima che ivi, vi fosse fondata la comunità di San Basilio.

Il tipo di registro decorativo delle spolia di San Gregorio, caratterizzato dai teschi di bue inghirlandati sarà il medesimo usato più tardi in età medio-imperiale per la produzione campana di sarcofagi attribuiti all'età antonina, allorquando ai bucrani saranno aggiunti anche i rosoni o i cosiddetti gorgoneia, inscritti nelle lunette al di sopra dei festoni, ed un azzardo tipico dell'alto medioevo, fu l'aggiunta di una tabula epigrafica sulla fronte della bestia in un qualche caso inquadrata perfino da putti4.
Non mancano, infine, di individuarsi proprio in San Gregorio esemplari di casse da morto antiche, con strigliature e protome leonine similmente ai sarcofagi oggi in custodia nelle chiese di Amalfi, Capua, Montevergine e Mercogliano.


I due sarcofagi di San Gregorio Armeno.

Il primo dei due sarcofagi è una cassa da morto antica, di marmo bianco, al quale manca il fianco destro ed il fronte, mentre il fianco sinistro mostra una decorazione di ghirlande a bucrani angolari.

  • La cassa sta addossata alla base di San Benedetto, nell'area delle cisterne del Seicento; è alta 60 centimetri e lunga 162, larga 64, sistemata, quasi incastonata su uno zoccolo nativo, liscio, gli corre parallelo alla base modanata e da solo è alto 17 centimetri. Lungo lo zoccolo si osservano tre buchi equidistanti tra loro, molto probabilmente usati per inchiavardare la cassa agli assi per il trasporto della stessa e per l'inumazione del pezzo con corde scorrevoli molto robuste. Le teste di bue che ornano il fianco sinistro della cassa mostrano un profilo bovino allungato, con osso intramascellare a forma di cucchiaio; le orbite terribilmente sporgono dal maxillo e si vede chiaramente che son state traforate dalla forza di un trapano e di trapano molti altri fori son stati procurati nell'area della fronte del teschio di bue fasciato sulla parte superiore delicatamente da un'infula sacerdotale. Infine, la decorazione che potrebbe suggestionare di cattivo gusto è invece mediata da un festone tirato tra una corna e l'altra ed una tenia produce uno squisito aggetto plastico con andamento sinuoso che va dalla mascella al cranio del bue. Le ghirlande poi, offrono una tipica visione greca di ornamento; esse sorgono da due diversi ordini di fasce uncinate desinenti in larghe foglie di vite che avvolgono, quasi stringono, piccoli pomi tondeggianti. Un altro sarcofago, modello a tinozza, si trova sulla parete di fondo del piccolo disimpegno che accompagna l'accesso al refettorio dette delle orfanelle. Il reperto, alto 77 centimetri, con una base originale obliterata da un recentissimo piano pavimentale, si presenta con i lati lunghi e rettilinei mentre i fianchi son già di concetto non più romano, dunque smussati fino a creare un angolo ricurvo. Le pareti della cassa sono state per così dire, strigliate, con un'andatura che combacia alla fine su un doppio dorso, di modo che le stesse possano convergere verso il centro del manufatto. Le strigliature trovano origine da uno sguscio che sta sotto un breve listello, che, assieme ad un tondino, una gola rovescia ed un altro lungo listello tendono a formattare una sorta di cornice superiore. Infine, si sa che attraverso due lastre curvilinee, tagliate e riassemblate, la cassa da morto fu usata come protezione anticaduta da pozzo. Seguendo le indicazioni dello studioso Carlo Roberto Chiarlo5, che assicura questo tipo di sarcofagi molto diffuso in età antonina e fino al III d.C., potrebbe esser stato possibile che il manufatto abbia avuto sull'estremità del frontone due mezzi busti di leone, con fauci aperte o forse chiuse su di un anello, e sicuramente scalpellate ed abrasate durante la fase di sgancio e riaggancio dei pezzi dal supporto antico. Singolare olre che suggestivo ed anche mistico, i leoni ebbero altrimenti funzione di scolo di succo d'uva premuta nella cavità degli antichi tinelli, molto documentati nella produzione dell'arte figurativa romana, quindi è ipotizzabile ampiamente che le protome mancanti, vi siano state sicuramente e ancor più che sicuro siano state recuperate da oggetti ancor più antichi e funzionali all'uso del pesto d'uva, probabilmente per produrre vino che accompagnasse le cerimonie pagane. Ed è facile individuare proprio nella simbologia del vino, il culto a Dioniso, che nel passaggio dell'uva in vino, rievocava il passaggio dell'uomo dalla morte alla vita. Lo stato conservativo dei due sepolcri del chiostro di San Gregorio mostrano i segni di pesantissime manomissioni e superfetazioni varie che ne hanno brutalmente modificato l'aspetto originario; il sepolcro a tinozza usato come puteale, ed il sepolcro con strigliature usato come ”lavandino”, tutto ben accordato con documenti che ne sintetizzano i processi di riuso elaborati nei Libri d'introito del monastero, oggi in custodia all'Archivio di Stato presso il fondo Monasteri Soppressi, laddove, in data 2 agosto 1575, c'è scritto vi veniva registrata la necessità di spostare i due sarcofagi dalle loro sedi, individuate nella cappella San Sebastiano, interno chiesa di San Gregorio6 e uno di questi per particolare forma veniva reimpiegsato per ricavarne una fontana nello spazio del nuovo monastero. Questo quanto detto fino ad ora mostra il riuso dell'antico in epoca altomedievale, ma va puntualizzato però che i due sepolcri di San Gregorio restano tuttavia una testimonianza diretta del primo utilizzo cristiano che se ne fece trovandoli perciò nella prima chiesa di San Gregorio e subito dopo nello spazio del chiostro nuovo; e ciò vale a precisare che questa è stata una pratica assai diffusa in epoca angioina e protrattasi fino alla fine del XVII secolo. Dei due sepolcri del resto ne dà testimonianza persino Fulvia Caracciolo, economa di San Gregorio Amerno nel Cinquecento7 allorquando, la suora ribelle ricorda che si procedette a smontare i sarcofagi dalla cappella per far posto al nuovo tumulo della famiglia dei Della Monica. Di quest'uso non solo in San Gregorio, ma anche nel sarcofago dei nobili Piscicelli, del tardo terzo secolo d.C., presso Santa Restituta al Duomo di Napoli8 ed accanto ancora un altro tumulo reimpiegato dalla medesima famiglia ma recante un soggetto dionisiaco e quindi di tarda età antonina. Altro esemplare di riuso dell'antico praticato nel mondo cristiano è il sepolcro sul fondo della cappella San Felice a Santa Chiara nel primo tratto occidentale di Spaccanapoli. E sempre in Santa Chiara presso la cappella Del Balzo, un tempo veniva alloggiato in quella sede un monumento funerario della contessa Beatrice Del Balzo poi fatto spostare presso il Museo di San Martino sul colle della Certosa. Si ricorda di questo pezzo che sul lato posteriore fu praticato un intervento di maestranza del trecento senese su cui si realizza la scena di santi e Sante con al centro una Madonna con Bambino. Ed ancora sistemato presso quella cappella e poi fatto spostare al Museo Archelogico Nazionale a Santa Teresa un sepolcro trado-severiano con eroti clipeofori riutilizzato nel medioevo per sistemare di degna sepoltura un membro della famiglia Bozzuto che resta senza nome. Ancora un altro esemplare si trovava in quel che misticamente fu conosciuto come lo ”spazio svevo” interno chiesa basilicale di San Lorenzo Maggiore, laddove vi era una cassa sepolcrale alla quale senza dubbio di sorta vi fu aggiunto solo in epoca medievale sui suoi lati i tondi un ritratto di Madonna tra i Santi Antonio da Padova e Antonio Abate. Il pezzo oggi è in custodia presso la sala dei Marmi al Museo dell'Opera di Santa Chiara. Da dove proverrebbero i due sepolcri resta oggetto di ulteriori studi specialistici e progressivamente si tende ad escludere sempre con più certezza la provenienza dei pezzi dalla Regio Augustalis napoletana descritta all'interno del perimetro murario della città antica di Neapolis, in quanto è noto che durante l'amministrazione della regione sulla costa da parte dei greci prima e dei romani poi, lo sviluppo della necropoli è attestata nelle zone pertinenti alle paludi, oggi individuate al di sotto di Porta Capuana e Porta Nolana ed, ovviamente, nell'ampio fosso dei Vergini sotto le colline. Ed infine, un'altra insospettabile zona anticamente usata come necropoli è l'area compresa tra la Stella Polare ed il Borgo Loreto, laddove, nel XIX secolo fu scoperto uno stupendo esemplare di sarcofago di età antonina tradotto presso il castello di W. Randolph Hearst a San Simeon9.


Spazio note

(1) Liberamente estratto ed elaborato da: Disiecta membra: il riuso dell’antico nel complesso di San Gregorio, Armeno Francesco Pio Ferreri, pagina 88 di: San Gregorio Armeno: storia religiosa di uno dei più antichi monasteri napoletani di Felice Autieri in: FONDAZIONE VALERIO PER LA STORIA DELLE DONNE SAN GREGORIO ARMENO Storia, architettura, arte e tradizioni a cura di Nicola Spinosa, Aldo Pinto e Adriana Valerio fotografie di Luciano Pedicini Fridericiana Editrice Universitaria edizione italiana Maggio 2013 Stampato in Italia da Liguori Editore – Napoli Fotografie di Luciano Pedicini/Archivio dell’Arte, assistenti alle riprese Marco e Matteo Pedicini Tranne le fotografie alle pp. 97, 98, 99, 121 dx e 160 fornite direttamente dagli autori Spinosa, Nicola (a cura di): San Gregorio Armeno. Storia, architettura, arte e tradizioni/Nicola Spinosa, Aldo Pinto e Adriana Valerio (a cura di) Napoli : Fridericiana Editrice Universitaria, 2013 ISBN 978-88-8338-140-9 (BR) ISBN 978-88-8338-141-6 (RIL) 1. Monasteri femminili 2. Napoli 3. Storia religiosa I. Titolo La carta utilizzata per la stampa di questo volume è inalterabile, priva di acidi, a PH neutro, conforme alle norme UNI EN Iso 9760 ∞, realizzata con materie prime fibrose vergini provenienti da piantagioni rinnovabili e prodotti ausiliari assolutamente naturali, non inquinanti e totalmente biodegradabili (FSC, PEFC, ISO 14001, Paper Profile, EMAS)
(2) Helga Herdejürgen, Stadtrömische und italische Girlandensarkophage, 1. Fas. Die Sarkophage des ersten und zweiten Jahrhunderts, Berlin 1996, 173-174, n° 179; Silvia Tomei in Mario D’Onofrio (a cura di), Rilavorazione dell’antico nel Medioevo, Roma 2003, 60-63, n° 19.
(3) Annarena Ambrogi, Sarcofagi e urne con ghirlande della prima età imperiale, «Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abteilung» 97 (1990), 163-196.
(4) Sulla produzione di sarcofagi campani in età imperiale, si veda di recente: Anna Lucignano, Sarcofagi campani d’età imperiale romana. Importazioni e produzioni locali, «Bollettino di Archeologia On line» (2010), 63-72, con bibliografia di riferimento. 
(5)Sulla categoria dei sarcofagi a lenos decorati con leoni, si vedano in particolare: Carlo Roberto Chiarlo, Sul significato dei sarcofagi a ληνος decorati con leoni, «Annali della Scuola normale superiore di Pisa», 3.4, 1974, 1307-1345; Guntram Koch, Hellmut Sichtermann, Römische Sarkophage, München 1982, 80-82; Jutta Stroszeck, Löwen-Sarkophage. Sarkophage mit Löwenköpfen, schreitenden Löwen und Löwen-Kampfgruppen, Berlin 1998. 
(6) ASNa, Monasteri soppressi, 3348bis, 1421. 
(7) Fulvia Caracciolo, Breve Compendio della Fondazione del Monistero di S.to Gregorio Armeno detto S.to Ligoro di Napoli, a cura di Raffaele Zito, Napoli 1851, 64. 
(8) Tomba di Riccardo Piscicelli (post 1331): Adamo Muscettola, Napoli e le “Belle Antechetate” cit., 100-101, 284; Tiziana Barbavara di Gravellona, Visibilità effimera, visibilità negata. Sarcofagi romani reimpiegati e obliterati nel Medioevo, in Walter Cupperi (a cura di), Senso delle rovine e riuso dell’antico, Pisa 2002, 203, fig. 107-109; Stefania Furelli in D’Onofrio, Rilavorazione cit., 139-141, n° 49, fig. 49a-c. Vedasi anche. Sepolcro di Ascanio e Giovanni Battista Piscicelli (post 1545): Adamo Muscettola, Napoli e le “Belle Antechetate” cit., 101, 285; Stefania Furelli in D’Onofrio, Rilavorazione cit., 141-142, n° 50, fig. 50a-b. 
(9) Ferdinando Colonna, Scoperte di antichità in Napoli dal 1876 a tutto il 1897, con notizie delle scoperte anteriori e ricordi storico-artistico-topografici, Napoli 1898, 295-302; Herdejürgen, Stadtrömische cit., 174, n° 180, tav. 102,2.4.5, 103,2 e 104,1 (con bibliografia precedente).