Monterosa a Secondigliano

È il quartiere del Piano INA-Casa di Napoli1, nel comprensorio 167 di Secondigliano, conosciuto con l'alias diffuso di Monterosa, reso celebre in tutta Italia dal contenuto cinematografico relativo al terzo episodio della seconda stagione di Gomorra La Serie
Nelle dichiarazioni rese dal pentito di camorra, Maurizio Prestieri, il rione veniva segnato sui block notes degli spacciatori con la sigla ZM, zona Monterosa.

Rappresenta uno dei rioni popolari di Napoli coinvolto nelle massime espressioni storiche della camorra del Novecento a Napoli, epicentro com'è noto delle sanguinose battaglie combattute nel quinquennio 2000-2005, il cui epilogo lo si ebbe col susseguirsi degli omicidi reciproci da parte degli storici clan della prossima periferia, via a via espunti dal cartello criminale di Secondigliano costruito negli anni Settanta e inizio anni Ottanta, per assicurare regolare fornitura di armi e stupefacenti in primo luogo come avveniva di consuetudine da un punto fisso del sistema verso tutto l'universo mondo criminale praticato e garantito dal sommerso.

Dopotutto, con questo nome, Rione Monterosa, non è riconosciuto nessun luogo a Napoli; semplicemente è detto così in riferimento all'arteria principale del quartiere, via Monterosa, che l'attraversa da parte a parte, fondamentale via di comunicazione territoriale remota rispetto al corso principale di Secondigliano col tessuto edilizio di sussistenza ed il circondario di Scampia con al centro il complesso architettonico della Vele.


Per tutta questa zona si sono contate numerose storie di fallimenti dello Stato. 

Fu costruito su progetto di Carlo Cocchia, e realizzato nel corso del secondo settennio INA-Casa del XX secolo. 

  • Fu pensato per la sistemazione di 1267 alloggi ubicati su 51 ettari di territorio individuato lungo l’asse via Roma verso ScampiaEmblematico di un periodo urgente e saliente della costruzione di una città contemporanea, la struttura è enorme, ed è sorta negli anni del dopoguerra; venne ultimata e consegnata alla municipalità a cui appartiene solo nel 1957, unitamente agli alloggi popolari napoletani più famosi del mondo: le Vele. Durante un’esercitazione di antropologia urbana della locale facoltà degli studi, le osservazioni hanno esitato un quadro residenziale carente dei servizi primari e secondari tipici degli alloggi a marchio INA, risultando solo pienamente funzionante il servizio scolastico soddisfatto dalle strutture adibite a questo scopo: trattasi di una scuola elementare e materna, due scuole medie inferiori, e due superiore, comprendenti gli indirizzi liceali, tecnici e professionali. Alla verifica universitaria non sul posto, ma bensì soltanto da materiale di repertorio, è venuto fuori che nel quartiere manca la sede per le allocazioni funzionali di un asilo nido, un ASL, altri presidi medici e pubblici come il servizio poste. 

I progetti e le trasformazioni del rione che lo hanno reso negativamente famoso.

Fu previsto, sulla carta, nel cuore del complesso residenziale INA-Casa di Secondigliano, un edificio per la socialità da destinare agli anziani mai costruito.  

   Ed un edificio costruito col proposito di ricavarci un cinema, ma che fino alla data della verifica degli universitari di Napoli è risultato in totale stato di abbandono. Alle indagini svolte è parso contraddittorio che in un sistema disagiato soprattutto dalla mancanza di servizi pubblici considerati primari, gli abitanti del quartiere ostentassero un livello di qualità di vita superiore alla media.

Ciò, però, si giustificherebbe col fatto che, nell’ambito della moderna società dei consumi, il nuovo indicatore di status degli abitanti di questo complesso residenziale, sta nell’uso improprio di beni non di primo consumo solo come strumenti a loro accessibili per affermare, socialmente e simbolicamente il loro esserci. 

  •  Questo tipo di spazio urbanistico pone l’accento sulla differenza del prodotto culturale che si è venuto a creare in quanto con il quartiere INA-Casa di Secondigliano si descrivono i confini di due mondi diversi: i progettisti e gli utenti. I progettisti che hanno esitato il complesso nel suo insieme sulla base di logiche insediative e gli utenti che, invece, lo hanno trasformato poi in altro luogo sulla base di esperienze e relazioni pregresse con altri modelli culturali. Tutto ciò conduce all’osservazione del complesso in sé legato al valore simbolico e al carattere solo funzionale di esso. Nel caso dell’INA-Casa di Secondigliano fu previsto anche uno spazio da destinare a campo di calcetto, completamente disertato da quest’attività, che tra l’altro non si espleta in nessun altra forma e in nessun altro angolo del territorio. E’ stato invece rilevato un utilizzo improprio delle strutture laddove è piuttosto evidente una sorta di continua situazione di pericolo, segno, quest’ultimo, del tipo di assuefazione individuato nell’atteggiamento dei residenti contro le precarie condizioni materiche, che gli stessi, sembra dimostrino come non percezione di determinati bisogni. Un dato emerso, e certamente non nuovo per questa particolare zona della città, è l’ultima visione dello spazio percepita dai residenti del blocco. Per il complesso medesimo e per tutta quanta la zona circostante si sono contate numerose storie di fallimenti dello Stato nei confronti delle classi popolari, le quali, rispondono alla sola legge dell’aiuto valido di se stessi e della propria famiglia.

Qui in queste zone è nota la suddivisione quasi ottocentesca in classe dominante e classe dominata.

Fattore comune alle due classi, l’una subalterna all’altra, è l’occupazione a vario titolo di uno spazio pubblico assegnato ad entrambe.

  • E, più spesso assegnato solo ad una delle due parti con qualche caso in cui a nessuna delle due parti è stata accertata l’assegnazione. Un tipo di oggettivazione spaziale del genere esita il concetto di "zona franca", sensibile soprattutto se applicato ad una comunità di residenti che fonda sulla proprietà il concetto di società civile, e, dunque, la zona franca, semplicemente tradotta in "zona di nessuno", finisce per esser un "non spazio" e perciò quindi trascurato, manutenzione inesistente, il gruppo dei residenti non lo percepisce come un bisogno comune. Oltre al dannoso atteggiamento degli spazi occupati abusivamente e per ragioni pratiche che esulano dalla vita domiciliare. Particolarità tipica in questa zona è l’uso simbolico degli oggetti che servono poi praticamente ad occupare uno spazio per i più svariati motivi.


Spazio note

(1)"La percezione collettiva dello spazio pubblico: il caso del quartiere INA-Casa di Secondigliano" Indagini effettuate sul campo per un' esercitazione universitaria in "Antropologia urbana" coordinata dalle prof.sse Amalia Signorelli e Costanza Caniglia dell’Università degli Studi di Napoli "Federico II". Il gruppo di lavoro fu costituito da D’Architetti Gabriella, Ruggiero Giusy, Zito Mariateresa e Zurlo Marta. Sul pdf rintracciato in rete, si leggono i seguenti riferimenti bibliografici: AUGE’ M., Non –lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernitè, Éditions du Seuil, Paris 1992. BOURDIEU P., Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Boringhieri, Torino 1992. DI BIAGI P. (a cura di), La grande ricostruzione. Il piano Ina-Casa e l'Italia degli anni cinquanta, Donzelli, Roma 2001. GIGLIA A., Crisi e ricostruzione di uno spazio urbano. Dopo il bradisismo a Pozzuoli: una ricerca antropologica su Monteruscello, Guerini studio, Milano 1997. HANNERZ U., Esplorare la città. Antropologia della vita urbana, Il Mulino, Bologna 2001. LEROI-GOURHAN A., Il gesto e la parola, Einaudi, Torino 1997. LYNCH K., The Image of the City, M.I.T. Press, Cambridge 1960. SIGNORELLI A., “Classi dominanti e classi subalterne. Il controllo dell’ecosistema urbano”, in: M.Nicoletti (a cura), L’ecosistema urbano, Dedalo, Bari 1973. SIGNORELLI A., Antropologia Urbana. Introduzione alla ricerca in Italia, Guerini studio, Milano 1999. SIGNORELLI A., Migrazioni e incontri etnografici, Sellerio Editore, Palermo 2006.